Centinaia di curriculum inviati senza ricevere risposta, colloqui che sembrano andare bene ma non si trasformano in offerte concrete, la sensazione costante di non essere abbastanza preparati rispetto ai candidati locali e il timore che il proprio percorso professionale non venga valorizzato. Per molti italiani che cercano lavoro all’estero queste difficoltà rappresentano una realtà quotidiana, ma secondo Roberta Basili, recruiter e career coach certificata con un’esperienza maturata tra Svizzera e Paesi Bassi, il problema raramente è la mancanza di competenze. Molto più spesso, spiega, è il modo in cui quelle competenze vengono raccontate e la totale assenza di una strategia nella ricerca di un impiego.

“Quello che ho capito lavorando come recruiter è che noi italiani ci sottovalutiamo enormemente”, racconta Basili, che dopo aver costruito una carriera nelle risorse umane in aziende internazionali come Booking, TomTom e Atlassian oggi aiuta professionisti ed expat a trovare lavoro oltreconfine. “Molte persone hanno esperienze eccellenti ma fanno fatica a comunicarne il valore, perché sono abituate a considerare normali capacità che in altri Paesi vengono invece viste come punti di forza”.

La sua stessa esperienza ne è la dimostrazione. Dopo anni trascorsi in Italia senza trovare una piena soddisfazione professionale, riuscì a ottenere il primo impiego in Svizzera solo quando smise di candidarsi in modo casuale e costruì un piano preciso, limitando la ricerca a pochi ruoli coerenti con il proprio profilo e studiando il mercato locale. “Mi sono fermata per capire che cosa volessi davvero e ho iniziato a raccontare la mia esperienza in maniera più chiara e allineata con la cultura del Paese. In pochi mesi ho trovato lavoro”. Una lezione che avrebbe poi confermato anche nei momenti più difficili della sua carriera, come quando perse il posto durante una riorganizzazione aziendale e, dopo una fase iniziale di candidature inviate senza criterio, comprese che la qualità conta molto più della quantità.

Proprio osservando i candidati dall’altra parte della scrivania, Basili si è resa conto che molti italiani arrivano ai colloqui con una fiducia in sé stessi sorprendentemente bassa, pur avendo alle spalle esperienze di grande valore. Anni trascorsi a gestire emergenze continue, carichi di lavoro elevati, responsabilità non sempre riconosciute e contesti caratterizzati dal micromanagement finiscono infatti per normalizzare competenze che altrove vengono considerate un punto di forza. “Quando sei abituato a dare il 150 per cento ogni giorno, inizi a dare per scontato quello che fai”, osserva, spiegando che spesso il talento italiano viene apprezzato proprio per la capacità di adattamento, l’impegno, la creatività e la resilienza sviluppati in contesti particolarmente complessi.

Uno degli sbagli più frequenti riguarda però il metodo con cui si affronta la ricerca. La tentazione di inviare centinaia di candidature, soprattutto nei momenti di maggiore incertezza, è forte, ma secondo l’esperta rischia di trasformarsi in una perdita di tempo e di energie. “L’errore che vedo più spesso è l’invio di centinaia di candidature per ruoli molto diversi, con livelli di seniority differenti e senza un obiettivo definito”, spiega. È un errore che lei stessa ammette di avere commesso quando perse il lavoro in Svizzera, candidandosi per posizioni poco coerenti con il proprio percorso pur di trovare rapidamente una nuova occupazione, salvo poi rendersi conto che molte di quelle opportunità non l’avrebbero resa soddisfatta nel lungo periodo.

Per questo il primo consiglio che rivolge a chi sogna una carriera internazionale è fermarsi a riflettere su ciò che desidera davvero. “Bisogna capire quali valori volete ritrovare, quali confini non siete più disposti a superare e quali priorità avete per la vostra carriera e per il vostro stile di vita”, spiega, ricordando che uno stipendio elevato o un titolo prestigioso non bastano se il lavoro non è compatibile con le proprie esigenze. Il secondo passo consiste nel fare un’analisi onesta delle proprie competenze, imparando a raccontare non soltanto le mansioni svolte ma soprattutto i risultati ottenuti e i problemi risolti. Il terzo è costruire una strategia mirata, concentrando gli sforzi su ruoli, aziende e Paesi realmente coerenti con il proprio profilo invece di disperdere energie in candidature casuali.

Anche sul tema della lingua Basili invita a superare alcuni stereotipi. Parlare bene inglese rappresenta certamente un vantaggio, ma non è l’unico elemento che determina il successo di una candidatura internazionale. Molto spesso fanno la differenza la capacità di adattarsi a culture professionali diverse, di comunicare con chiarezza durante un colloquio e di presentarsi con sicurezza. “Non possiamo aspettarci che il recruiter intuisca da solo il nostro valore: dobbiamo renderlo chiaro noi”, sottolinea, ricordando come l’ansia porti molti candidati a dilungarsi inutilmente o, al contrario, a non fornire esempi concreti delle proprie competenze.

Anche il networking può essere utile, purché venga vissuto senza trasformare ogni conversazione in una richiesta di lavoro. Secondo Basili l’approccio più efficace resta quello ibrido, che combina candidature dirette, un profilo LinkedIn curato, candidature spontanee e una rete di relazioni costruita in modo autentico, senza esercitare pressioni sugli interlocutori.

Se ai giovani suggerisce di costruire un piano senza pensare che una singola decisione determinerà per sempre il loro futuro professionale, ricordando di avere impiegato anni a mettere da parte le risorse economiche necessarie prima di partire, ai professionisti più esperti rivolge invece un messaggio altrettanto chiaro: “Non abbiate paura che sia troppo tardi. Non siete troppo vecchi e non dovete essere perfetti per poter costruire una carriera internazionale”. Del resto, sostiene, molti italiani che si trasferiscono all’estero scoprono con sorpresa che il lavoro si rivela meno gravoso di quanto immaginassero, proprio perché gli anni trascorsi in contesti caratterizzati da urgenze continue, responsabilità diffuse e ritmi elevati hanno rappresentato un allenamento estremamente impegnativo.

È forse questa la lezione più preziosa che i suoi anni da expat le hanno lasciato: “Quando qualcosa ci viene naturale, tendiamo a darlo per scontato. Il confronto con un altro Paese e con un altro modo di lavorare può diventare una straordinaria occasione per guardarci con occhi diversi e riconoscere finalmente tutto il talento che abbiamo costruito”. Un invito, in fondo, a superare la paura di non essere abbastanza e a comprendere che, molto spesso, il primo ostacolo da affrontare nella ricerca di lavoro all’estero non è il mercato, ma il modo in cui scegliamo di raccontare noi stessi.