Un’incontro dedicato alla Commedia dell’Arte contemporanea con l’attore e regista Fabio Motta.
Basta indossare una maschera perché qualcosa cambi. Cambia il modo di camminare, di parlare, perfino di pensare. Come se, dietro quel volto scolpito, emergesse una parte di noi che nella quotidianità rimane silenziosa. È il fascino antico del teatro, un linguaggio capace di attraversare i secoli e trovare nella Commedia dell’Arte una delle sue espressioni più suggestive e longeve.
È proprio da questa riflessione che prende forma l’incontro dedicato a Commedia dell’Arte: Contemporary Practitioners – volume curato da Fabio Motta insieme a David Bridel e pubblicato da Routledge UK – ospitato martedì 14 luglio al Co.As.It. di Melbourne.
In un clima informale, quasi da conversazione tra appassionati, Motta, con l’aiuto di Carmelina Calabro, moderatrice dell’evento, accompagna il pubblico alla scoperta di una tradizione che, dopo secoli, continua a parlare con sorprendente forza al presente.
Attore, regista e insegnante pluripremiato, Motta costruisce la propria carriera tra Australia, Europa e Stati Uniti, collaborando con prestigiose compagnie teatrali e istituzioni internazionali. Eppure, quando racconta la Commedia dell’Arte, riaffiora immediatamente l’entusiasmo di quel ragazzo che la scopre, diversi anni prima, recitando Goldoni accanto a Mimmo Mangione, figura di riferimento del teatro italiano a Melbourne.
“Mi sono innamorato della Commedia dell’Arte molto presto”, racconta. La svolta arriva durante uno stage a Venezia, quando comprende che quel linguaggio teatrale diventerà il filo conduttore della sua vita artistica. Tornato in Australia continua a perfezionarsi tra teatro fisico, metodo Stanislavskij e clownerie, senza mai allontanarsi da quello che definisce il suo “primo amore”.
Anche il libro nasce in modo quasi spontaneo. L’idea, spiega Motta, è del collega David Bridel, già autore di due volumi dedicati al clown contemporaneo. “Sentivamo il bisogno di realizzare qualcosa di diverso dai tradizionali testi storici o accademici. Volevamo dare voce agli artisti, ascoltare direttamente le loro esperienze e raccogliere la loro filosofia di lavoro”.
Ne prende vita una raccolta di venticinque interviste a registi, attori e maestri provenienti principalmente dall’Italia, ma anche da Stati Uniti, Brasile, Spagna, Nuova Zelanda e altri Paesi. Un prezioso mosaico di esperienze che restituisce l’immagine di una disciplina tutt’altro che cristallizzata nel passato.
Per Motta, uno degli aspetti più significativi del volume è proprio il recupero della trasmissione orale che, per secoli, ha caratterizzato la Commedia dell’Arte. Non esistevano manuali: si imparava osservando. I più giovani “rubavano il mestiere” assistendo alle prove, ascoltando i racconti dei maestri e assimilando, con pazienza, tecniche, lazzi e segreti del palcoscenico.
“È un po’ come sedersi ai piedi di un maestro”, osserva. Ed è proprio questa l’esperienza che il libro cerca di offrire al lettore, lasciando parlare chi questa forma teatrale la vive ancora oggi.
Le opinioni, naturalmente, non coincidono sempre. Motta sorride raccontando che, se tutti gli intervistati si ritrovassero nella stessa stanza, probabilmente finirebbero per discutere animatamente. C’è chi difende la tradizione nella sua forma più rigorosa e chi, invece, ne propone una lettura contemporanea. Eppure, un punto d’incontro esiste.
“Lo spirito della Commedia dell’Arte continua a essere lo stesso”, sottolinea. Cambiano le storie, cambiano i contesti, ma resta immutato il desiderio di raccontare i conflitti della società, mettere in discussione il potere e instaurare un dialogo diretto con il pubblico.
A rendere ancora più sorprendente questa forma teatrale è anche il rapporto con la maschera. “Non tutti, però – ricorda Motta – interpretano questo oggetto allo stesso modo”. Per alcuni rappresenta semplicemente uno strumento tecnico, per altri possiede una dimensione quasi spirituale. La trasformazione è evidente anche durante l’incontro. Basta che Motta indossi una maschera perché il cambiamento diventi immediatamente percepibile: postura, voce, ritmo e movimenti si modificano in pochi istanti, dando vita, con sorprendente naturalezza, prima a un anziano bisbetico, poi a un uomo spavaldo ma, allo stesso tempo, incredibilmente fifone.
Non mancano, infine, alcuni episodi curiosi raccolti durante le interviste.
Tra i più suggestivi c’è quello raccontato da Giorgio Bongiovanni, storico interprete dell’Arlecchino di Giorgio Strehler. “Dopo un naufragio che distrusse scenografie e costumi, una sola maschera sopravvisse misteriosamente, riapparendo mesi dopo nelle Azzorre per poi ritornare al suo proprietario”. Un racconto che alimenta una superstizione ancora molto diffusa tra gli attori: la maschera non dovrebbe mai essere affidata al bagaglio, ma custodita sempre accanto a sé.
Interessante anche l’aneddoto condiviso dall’attore napoletano Francesco Facciolli, che considera la propria maschera di Pulcinella un vero maestro. Quando ne fa realizzare una seconda, quest’ultima si ricopre inspiegabilmente di muffa nel giro di una sola notte. “Una coincidenza? Forse”. Oppure, come ama scherzare Facciolli, il suo ‘maestro’ era semplicemente geloso. Del resto, conclude Motta, , “la maschera custodisce un potere straordinario”.