Tremila lire per un palco alla Scala, nel 1926: poco meno di 3.000 euro attuali. Non c’era un solo posto libero, la piccionaia che decideva del successo o del fiasco di un’opera era gremita come non mai. Quella sera c’era mezza Europa della cultura nel tempio della lirica, perché Arturo Toscanini dirigeva la prima di Turandot di Giacomo Puccini. Il compositore era morto a Bruxelles il 29 novembre 1924, per un cancro alla gola. Durante il ricovero in Belgio aveva con sé 36 pagine di carta pentagrammata, con idee e appunti musicali per il finale dell’opera in tre atti e cinque quadri ambientata “a Pechino al tempo delle favole”. Voleva che quello straordinario lavoro iniziato nel 1920 si concludesse con la metamorfosi della gelida e vendicativa Turandot in una donna passionale e innamorata; voleva “arrivare a una scena finale dove l’amore esploda”. Ma il destino non gliene diede il tempo.
TOSCANINI INTERROMPE L’ESECUZIONE
Quella sera di un secolo fa alla Scala erano appena risuonate le parole che accompagnavano la morte di Liù (“Dormi, oblia, Liù, poesia!”), a circa metà del terzo atto, quando dopo appena due battute Toscanini si era fermato e zittito l’orchestra deponendo la bacchetta dopo un suggestivo Mi bemolle in tonalità minore. Le cronache raccontano che il direttore si rivolse al pubblico e disse “Qui termina la rappresentazione, perché a questo punto il maestro è morto”. Il silenzio fu totale, nel teatro gremito in ogni ordine di posti, in un gesto postumo di commozione verso il musicista scomparso e di successo per la sua ultima opera. Benito Mussolini avrebbe dovuto presenziare dal palco reale, ma il rifiuto di Toscanini di aprire la rappresentazione con le note di Giovinezza lo fecero disertare l’evento: si limitò a ordinare di deporre tra il primo e il secondo atto un vistoso fascio di garofani rossi ai piedi della statua a Puccini al ridotto del teatro, con il suo personale omaggio consegnato a una scritta che tutti ebbero modo di leggere: “Mussolini a Puccini”.
L’INCARICO AD ALFANO
La partitura riportava il terzo atto completo, come concordato dallo stesso Toscanini, che comunque dirigeva a memoria, con i gerenti di Casa Ricordi (Carlo Clausetti e Renzo Valcarenghi) e il figlio di Puccini, Antonio, realizzata dal compositore napoletano Franco Alfano, direttore del Conservatorio di Torino, sulla base degli appunti originali, ma quella sera del 1926 nessuno poté ascoltare quell’elaborazione. Puccini non aveva incaricato nessuno per quel compito e Alfano, scelto da Toscanini, era intimidito non solo dalla statura del compositore scomparso ma anche dall’autorità del direttore d’orchestra.Il suo lavoro consisteva nel trarre lo spirito pucciniano da quei 36 fogli che aveva portato nella clinica di Bruxelles, raccordandoli con appunti sparsi. Elaborò due sezioni, in una chiave drammaturgica più convenzionale, ma il diverso passo si avverte, nonostante la scelta di riportare il tema trionfale del Nessun dorma, persino con l’aggiunta del verso “Ride e canta nel sole/l’infinita nostra felicità” che non era nel libretto.
I TAGLI IMPOSTI DAL DIRETTORE
Toscanini aveva imposto tagli di alleggerimento di 109 battute e poi dato il via libera alla prima delle due versioni, ma non l’aveva diretta. Sarebbe stato Ettore Panizza a dirigere la versione completa alla seconda recita, col materiale di Alfano, il quale aveva sistematicamente rifiutato di partecipare alle prove e avrebbe manifestato se non il rancore per gli interventi di Toscanini operati al suo lavoro di compositore, almeno il disappunto, disconoscendo il rifacimento. Non sarà un caso che Alfano abbandonerà da allora Casa Ricordi e pubblicherà per l’Universal di Vienna. Definirà in una lettera “disastroso” il rapporto con la Scala per Turandot e arriverà a vietare qualsiasi esecuzione delle sue opere in teatri con la direzione di Toscanini. La versione eseguita quell’anno, comunque, diventerà quella più diffusa e pure rivalutata nei contenuti, anche se in seguito non mancheranno altri esempi di completamento dell’opera. Tra questi, Luciano Berio nel 2001, il cinese Hao Weiya nel 2008 e l’americano Christopher Tin nel 2024.
UNA FAVOLA DI MISTERO E PASSIONE
Turandot è ambientata in una Cina immaginaria e racconta la storia della principessa Turandot, una donna bellissima ma dal cuore freddo, che ha deciso di non sposarsi per vendicare un’antica offesa subita da una sua antenata. Per questo impone una terribile prova ai suoi pretendenti: chiunque voglia conquistarla deve risolvere tre enigmi; chi fallisce viene condannato a morte. Molti principi hanno già perso la vita, finché arriva il principe Calaf, figlio del re spodestato Timur, che rimane affascinato dalla bellezza di Turandot e decide di affrontare la sfida. Calaf riesce a risolvere tutti gli enigmi, sorprendendo la principessa e il popolo, ma Turandot continua a rifiutare l’idea di sposarlo. Il principe allora le offre una possibilità: se riuscirà a scoprire il suo nome entro l’alba, lui accetterà la morte; in caso contrario, lei dovrà diventare sua sposa...
IL SUCCESSO UNIVERSALE
Impossibile tenere il conto delle rappresentazioni e delle registrazioni discografiche di Turandot, presente nel cartellone dei teatri di tutto il mondo. La romanza di Calaf Nessun dorma è da un secolo una popolarissima hit universale, e per il trascinante acuto finale è nota anche come Vincerò, citata e strabusata anche nelle pubblicità.Va considerato infine che dopo la prima alla Scala Toscanini non dirigerà mai più l’opera incompiuta di Puccini. Quando l’aveva interrotta alla fine della partitura autografa non poteva neanche immaginare che su quelle note stava calando il sipario sulla strepitosa e ineguagliabile stagione del melodramma italiano che aveva conquistato il mondo.