GINEVRA - L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha innalzato il livello di rischio per l’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo da “alto” a “molto alto”.
Il direttore generale dell’agenzia sanitaria delle Nazioni Unite, Tedros Adhanom Ghebreyesus, durante un briefing virtuale con le autorità africane, ha lanciato un severo monito parlando di una situazione estremamente grave e difficile, in cui il virus si sta diffondendo a una velocità superiore rispetto alle attuali capacità di contenimento sul campo.
L’emergenza, già dichiarata dallo scorso 17 maggio come Emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale (Pheic), ha spinto il capo dell’Oms a volare personalmente nel Paese africano insieme a Chikwe Ihekweazu, direttore esecutivo del Programma per le emergenze sanitarie, per coordinare le operazioni di risposta.
I numeri del contagio delineano un quadro epidemiologico preoccupante e in costante crescita, trainato dall’intensificarsi delle attività di sorveglianza. Nella Repubblica Democratica del Congo il focolaio, causato dal virus Bundibugyo, risulta attivo nelle tre province di Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu. S
ebbene i casi confermati in laboratorio siano ufficialmente 101 con 10 decessi, le autorità di Kinshasa ammettono che l’epidemia è molto più estesa: si contano infatti oltre 900 casi sospetti e almeno 119 decessi non ancora validati, distribuiti in 11 zone sanitarie. Al momento sono stati identificati 1.817 contatti stretti, ma il tasso di monitoraggio effettivo resta fermo a un pericoloso 20%.
L’epidemia ha ormai varcato i confini nazionali raggiungendo l’Uganda, dove i casi confermati sono saliti a sette. Gli ultimi due contagiati sono operatori sanitari ugandesi che lavoravano in una clinica privata di Kampala, la capitale, e che sono stati immediatamente isolati. Per prevenire una catastrofe sanitaria, il governo di Kampala ha annullato le celebrazioni della Giornata dei Martiri, un evento di massa che ogni anno attira fino a due milioni di pellegrini.
La gestione di questa specifica epidemia presenta tre enormi fattori di complessità che la differenziano dalle precedenti. Il primo è di natura temporale: il forte ritardo nell’individuazione del focolaio iniziale costringe oggi i sanitari a inseguire un virus che sta letteralmente superando gli sforzi di contenimento.
Il secondo ostacolo è l’estrema insicurezza delle province di Ituri e del Nord Kivu, teatri di violenti scontri armati che negli ultimi mesi hanno causato lo sfollamento di oltre 100mila persone. Nella sola provincia di Ituri, epicentro della crisi, un quarto della popolazione necessita di assistenza umanitaria.
La violenza sul territorio sta costringendo alla fuga gli stessi operatori medici, interrompendo il tracciamento dei contatti e alimentando la storica sfiducia delle comunità locali verso le autorità esterne, culminata nell’ultima settimana in due attacchi mirati contro le strutture sanitarie.
Il terzo e decisivo fattore è scientifico: non esistono ancora vaccini o terapie approvate per il ceppo Bundibugyo, che finora aveva dato origine a due soli focolai storici, nel 2007 e nel 2012.
Per sbloccare l’impasse terapeutica, l’Oms ha riunito i leader della Rete provvisoria per le contromisure mediche e ha raccomandato di dare priorità a due specifici anticorpi monoclonali per l’avvio immediato delle sperimentazioni cliniche. È inoltre in fase di sviluppo congiunto con l’Africa Cdc e il Collaborative Open Research Consortium on filoviruses uno studio per valutare l’efficacia dell’antivirale obeldesivir come profilassi post-esposizione per i soggetti ad alto rischio.
Sul piano finanziario, l’Oms ha già stanziato 3,9 milioni di dollari dal proprio Fondo di contingenza per le emergenze e sta istituendo un Team di supporto per la gestione degli incidenti (Imst) a livello continentale, per supportare i laboratori e l’allestimento dei centri di trattamento, integrando la risposta a Ebola con un pacchetto di servizi sanitari essenziali volti a ricostruire la fiducia della popolazione.
Mentre l’Africa centrale affronta la fase più acuta della crisi, l’allarme ha lambito l’Europa, rientrando tuttavia nel giro di poche ore. A Milano sono risultati negativi i test per Ebola effettuati d’urgenza all’ospedale Luigi Sacco su due passeggeri rientrati dall’Uganda e sottoposti a isolamento precauzionale. Il ministero della Salute, in costante contatto con la Regione Lombardia e con il Comitato operativo della Protezione civile, ha ribadito che il rischio di importazione del virus in Italia resta molto basso.