WASHINGTON - Donald Trump tenta il colpo da maestro geopolitico e punta a ridisegnare l’intera architettura del Medio Oriente, legando a doppio filo il fragile negoziato di pace con l’Iran al successo diplomatico più caro al suo primo mandato: gli Accordi di Abramo.
Con un perentorio messaggio su Truth Social, il presidente statunitense ha rotto gli indugi. Trump ha dichiarato che l’intesa bilaterale con Teheran (le cui trattative a Doha stanno “procedendo bene”) sarà subordinata a una condizione: l’adesione contestuale e “obbligatoria” di sei grandi nazioni musulmane agli Accordi di Abramo per la normalizzazione dei rapporti con Israele.
Nella visione strategica della Casa Bianca, il trattato inaugurato nel 2020 con Emirati Arabi Uniti e Bahrein, e successivamente allargato a Marocco, Sudan e, nell’autunno del 2025, al Kazakistan, deve trasformarsi in una coalizione globale in grado di stabilizzare l’intera regione.
L’ambizioso schema di Trump prevede che il nuovo corso inizi con la firma immediata di Arabia Saudita e Qatar, seguiti a ruota da Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania. Nei piani del tycoon, persino lo stesso Iran, una volta siglata la tregua definitiva con Washington per la riapertura dello Stretto di Hormuz e il controllo dell’uranio arricchito, verrebbe accolto con “onore” all’interno degli Accordi di Abramo.
Dietro le quinte di questa complessa operazione si muove ancora una volta Jared Kushner, genero del presidente e storico architetto dei patti del 2020, tornato a ricoprire un ruolo di primissimo piano nell’ombra della nuova amministrazione. Trump ha ammesso, senza mai citare esplicitamente lo Stato ebraico nel suo intervento, che tra i sei Paesi indicati è possibile che uno o due mantengano riserve legittime a non aderire, ma ha ribadito che la stragrande maggioranza dovrà allinearsi per dare vita a un Medio Oriente unito ed economicamente imbattibile.
Le reazioni delle capitali coinvolte hanno tuttavia evidenziato la persistenza di profonde linee rosse storiche e ideologiche. L’Arabia Saudita, da sempre l’obiettivo più ambito dalla diplomazia statunitense, ha subito gettato acqua sul fuoco. Fonti qualificate di Riad hanno confermato alla Cnn che la posizione della monarchia del Golfo resta immutata rispetto a quanto dichiarato dal principe ereditario Mohammed bin Salman dallo Studio Ovale. Come dichiarato allora, l’ingresso negli Accordi di Abramo avverrà esclusivamente in presenza di un percorso chiaro, concreto e soprattutto irreversibile verso la nascita di uno Stato palestinese indipendente.
Ancor più netta è stata la replica del Pakistan. Il ministro della Difesa di Islamabad, Khawaja Asif, ha respinto categoricamente l’appello di Trump, dichiarando che il Paese non firmerà mai alcuna intesa finalizzata a normalizzare i legami con Israele, poiché ciò contrasterebbe con le ideologie fondamentali e non negoziabili dello Stato pakistano.
Questo scontro diplomatico si inserisce nel contesto dei delicatissimi equilibri dei Paesi mediatori. Il Qatar, da mesi al centro dei complessi negoziati per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, ospita in queste ore a Doha le delegazioni di Teheran guidate dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. I colloqui, volti a stabilizzare la tregua e a sanare gli effetti dei 38 giorni di bombardamenti aero-navali perpetrati da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica, si concentrano sullo sminamento di Hormuz, sulla riduzione delle scorte di uranio e sullo sblocco di 12 miliardi di dollari di beni iraniani congelati.
Anche il Pakistan e la Turchia giocano un ruolo fondamentale in questo bilanciamento: se Ankara, guidata da un Recep Tayyip Erdogan sempre critico verso Benjamin Netanyahu, resta un tassello imprescindibile per l’efficacia del piano, Islamabad deve manovrare con cautela per non compromettere il solido patto di difesa e i vitali legami economici stretti con i sauditi, custodi dell’Islam sunnita e rivali storici di Teheran.
Sullo sfondo restano l’Egitto e la Giordania, nazioni che vantano storici e consolidati trattati di pace con lo Stato ebraico e che condividono con la Cisgiordania e la Striscia di Gaza confini geografici caldissimi. Entrambi i Paesi guardano con favore alla fine delle ostilità, ma temono che un’imposizione forzata degli Accordi di Abramo possa incendiare le rispettive opinioni pubbliche interne.
Trump ha avvertito che l’alternativa a questo colossale accordo regionale sarebbe un disastroso ritorno sul fronte di battaglia, con un conflitto pronto a riesplodere in modo molto più massiccio e intenso rispetto al passato. Una minaccia velata che punta a piegare le resistenze dei partner, mentre il premier israeliano Netanyahu (che mesi fa propose la candidatura di Trump al Premio Nobel per la Pace proprio per la diplomazia degli Accordi) osserva con prudenza la mossa del tycoon, consapevole che inserire l’Iran nella stessa coalizione cambierebbe per sempre la natura strategica del patto.