NUOVA DELHI - Trasformare il Quad da un salotto di consultazione diplomatica a un meccanismo operativo sul campo, capace di incidere concretamente sui dossier più caldi dell’Indo-Pacifico. È questa la sfida lanciata da Nuova Delhi dal Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, in apertura del vertice ministeriale con i partner di India, Giappone e Australia.
L’obiettivo dichiarato da Washington per l’ultimo anno è stato quello di imprimere un cambio di passo radicale al formato, superando la fase dei meri incontri formali per iniziare ad affrontare uniti le emergenze regionali.
Un rilancio che arriva però in un momento di profonda incertezza, segnato dai dubbi sul reale impegno statunitense nell’area e dalle evidenti divergenze sulla recente campagna militare statunitense contro l’Iran.
A pesare sull’umore dei partner del Quad è soprattutto l’ambiguità della postura geopolitica della Casa Bianca. Appena dieci giorni fa, il presidente Donald Trump ha compiuto una visita di Stato in Cina, evocando con entusiasmo la prospettiva di una cooperazione bilaterale strutturata con Pechino, una sorta di “G2”.
Questa formula è guardata con forte sospetto e preoccupazione da Nuova Delhi, Tokyo e Canberra, che temono di essere marginalizzate da un asse diretto tra le due superpotenze.
Sebbene Rubio abbia cercato fin dal suo insediamento di blindare il Quad attraverso frequenti incontri ministeriali, il vertice dei leader di Stato previsto dopo il summit di Washington del luglio 2025 non si è mai tenuto. A bloccarlo è stata proprio la mancata conferma della disponibilità di Trump a recarsi in India, venendo meno all’impegno del suo predecessore Joe Biden di rendere stabili e istituzionali i vertici a quattro.
Nonostante le frizioni politiche, Rubio ha insistito sul fatto che l’attuale instabilità globale renda il Quad ancora più rilevante. Il perimetro d’azione tracciato dagli Stati Uniti spazia dalla sicurezza energetica alla resilienza delle catene di approvvigionamento, fino alla gestione delle emergenze umanitarie. Un punto cruciale per Washington resta la diversificazione delle forniture di minerali critici, un settore strategico per la tecnologia avanzata in cui la Cina esercita ancora un quasi-monopolio.
Il ministro degli Esteri indiano e padrone di casa, Subrahmanyam Jaishankar, ha raccolto parzialmente l’invito, confermando la responsabilità comune delle democrazie marittime per un Indo-Pacifico libero e aperto. Tuttavia, Jaishankar ha tenuto a precisare che il raggio d’azione del Quad deve rimanere rigorosamente ancorato ai mari asiatici, un chiaro segnale di resistenza ai tentativi statunitensi di allargare il raggio d’azione del forum al Medio Oriente.
La formula della “libertà di navigazione”, storicamente usata dagli Stati Uniti in funzione anti-cinese nel Mar Cinese Meridionale e Orientale (un dossier vitale per la sicurezza del Giappone), è stata infatti evocata di recente da Washington anche per mobilitare i partner contro il blocco iraniano nello Stretto di Hormuz.
Su questo fronte, tuttavia, le distanze tra gli alleati rimangono profonde. Ad eccezione di Israele, nessun partner strategico ha sostenuto apertamente i raid di Trump contro la Repubblica Islamica, un’operazione non concordata preventivamente che ha incrinato la fiducia reciproca.
India e Giappone vantano storicamente solidi legami diplomatici ed economici con Teheran e hanno ceduto solo con estrema riluttanza alle sanzioni petrolifere della Casa Bianca. Nuova Delhi rivendica inoltre la propria autonomia strategica anche sul fronte europeo, rifiutandosi di interrompere i canali commerciali con la Russia per la guerra in Ucraina.
La ministra degli Esteri australiana, Penny Wong, pur riconoscendo il progressivo deterioramento dell’ambiente strategico e l’aumento delle tensioni economiche nell’area asiatica, ha mantenuto una linea prudente. Nonostante il primo ministro austaliano, Anthony Albanese, si sia mostrato sensibile alle preoccupazioni Usa sul nucleare iraniano, l’Australia non ha fornito alcun contributo militare alla campagna di Trump, provocando l’irritazione del tycoon che si è detto pubblicamente non contento dell’alleato.
A chiudere il quadro delle inquietudini asiatiche è stato il ministro giapponese Toshimitsu Motegi. Durante un colloquio bilaterale con l’India, Motegi ha descritto l’attuale fase storica come il più significativo stravolgimento dell’ordine internazionale dalla fine della Seconda guerra mondiale, una transizione strutturale guidata dallo spostamento degli equilibri di potere globali che sta inevitabilmente esasperando i conflitti e i confronti diretti tra le nazioni.