WASHINGTON - Nuovi venti di guerra scuotono il Golfo Persico proprio mentre i negoziatori sono riuniti a Doha, in Qatar, nel tentativo di trovare un’intesa per la fine del conflitto. Le forze armate statunitensi hanno condotto nella notte diversi raid aerei nel sud dell’Iran, colpendo batterie missilistiche e imbarcazioni.  

Il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha definito le operazioni azioni di "autodifesa", concepite per proteggere le truppe statunitensi dalle minacce dirette poste dalle forze iraniane. Il portavoce del Centcom, il capitano di vascello Tim Hawkins, pur mantenendo il massimo riserbo sui dettagli operativi e sulle unità navali coinvolte, ha sottolineato che le forze statunitensi continuano a difendere i propri assetti mantenendo comunque una postura di moderazione durante il fragile cessate il fuoco in corso. 

Secondo quanto trapelato da fonti militari e di intelligence, i raid statunitensi si sono concentrati nei pressi di Bandar Abbas, nevralgico porto e base strategica della Marina iraniana, dove intorno alla mezzanotte ora locale sono state avvertite forti esplosioni. Un alto funzionario militare statunitense ha confermato che i caccia sono intervenuti dopo che i missili terra-aria di Teheran avevano minacciato la flotta della Marina Usa dispiegata nel Golfo di Oman e nel Mar Arabico per far rispettare il blocco navale.  

Oltre alle postazioni missilistiche, i raid hanno preso di mira le motovedette dei Guardiani della Rivoluzione Islamica che, secondo il Pentagono, stavano tentando di posare mine nello Stretto di Hormuz.  

La replica dei Pasdaran non si è fatta attendere: il Corpo ha dichiarato di aver abbattuto un drone Usa MQ-9 Reaper penetrato nello spazio aereo iraniano, rivendicando il diritto legittimo e definitivo di reagire a qualsiasi violazione della tregua. 

La nuova fiammata militare rischia di complicare pesantemente la via diplomatica indicata dal presidente Donald Trump per riaprire lo Stretto di Hormuz e attenuare la più grave crisi energetica degli ultimi decenni. Dal canto suo, il Segretario di Stato Usa Marco Rubio, parlando ai giornalisti a bordo del suo aereo a Jaipur, in India, dove si trova per la ministeriale Quad, ha provato a rassicurare i mercati affermando che un accordo rimane a portata di mano, anche se la definizione dei termini specifici richiederà ancora alcuni giorni. Rubio ha tuttavia ribadito la linea della fermezza: lo Stretto di Hormuz deve essere aperto, in un modo o nell’altro.  

Nel frattempo, lo stesso Trump è intervenuto su Truth focalizzandosi su uno dei nodi più spinosi del negoziato: l'uranio. Teheran dispone attualmente di circa 440 chili di materiale arricchito al 60%, una soglia vicina a quella necessaria per la produzione di armi atomiche. Sul fronte opposto, la rigidità della diplomazia iraniana è stata confermata da Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione sicurezza nazionale del Parlamento di Teheran, che ha intimato ai suoi negoziatori di non cedere di fronte al nemico e di non calpestare le linee rosse della Repubblica Islamica. 

A dare una forte connotazione politica alla reazione di Teheran è stato il messaggio diffuso su Telegram da Mojtaba Khamenei in occasione dell'Hajj, il pellegrinaggio annuale alla Mecca. Mojtaba Khamenei, che non è mai apparso in pubblico da quando a marzo ha raccolto l'eredità del padre Ali Khamenei (ucciso durante le operazioni congiunte di Stati Uniti e Israele), ha lanciato un duro monito, affermando che i Paesi del Golfo non fungeranno più da scudo per le basi militari Usa e che gli Stati Uniti non avranno alcun rifugio sicuro nella regione.  

Celebrando quella che ha definito un'umiliazione inflitta agli Stati Uniti, il leader supremo ha richiamato alla resurrezione della comunità islamica globale. Sulla stessa linea, il portavoce delle Forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, ha minacciato risposte molto più severe in caso di nuova aggressione, avvertendo che i futuri attacchi di Teheran si estenderanno ben oltre i confini regionali. 

I recenti scontri smentiscono parzialmente la narrativa della Casa Bianca sul reale indebolimento militare dell'Iran. Sebbene Donald Trump e il segretario alla Difesa Pete Hegseth abbiano ripetutamente affermato che la campagna militare avesse distrutto la capacità combattiva del nemico, le valutazioni riservate dell'intelligence Usa descrivono uno scenario diverso. L’Iran ha infatti recuperato l’accesso alla maggior parte dei propri siti missilistici sotterranei e fortificati, ripristinando l’operatività di 30 dei 33 siti lungo lo Stretto di Hormuz.  

Nonostante gli Stati Uniti abbiano affondato gran parte della Marina convenzionale iraniana, i Pasdaran conservano intatta una flotta di centinaia di piccole imbarcazioni veloci altamente insidiose. Secondo i report, Teheran mantiene ancora circa il 70% dei suoi lanciatori mobili e il 70% dell'arsenale missilistico prebellico.  

A preoccupare il Pentagono sono anche le scorte Usa estremamente basse di munizioni pesanti a lungo raggio; una carenza che ha costretto i pianificatori militari a optare per armi più leggere destinate solo a sigillare gli ingressi dei bunker sotterranei, che gli iraniani si sono dimostrati capaci di dissotterrare molto più rapidamente del previsto. 

A complicare ulteriormente il quadro geopolitico dell'area si aggiungono le dichiarazioni arrivate dal Pakistan. Il ministro della Difesa di Islamabad, Khawaja Asif, ha commentato le dinamiche mediorientali escludendo categoricamente qualsiasi futura adesione del Paese agli Accordi di Abramo per la normalizzazione dei rapporti con Israele. Asif ha ribadito che la posizione del Pakistan resta ferma e che l'adesione a patti contrari alle ideologie fondamentali dello Stato rimane del tutto inaccettabile.