MELBOURNE - Neale Daniher, ex giocatore e allenatore di AFL, Australian of the Year e volto della lotta contro la malattia del motoneurone, si è spento a 65 anni. La famiglia ha confermato il decesso, avvenuto in casa, circondato dai suoi cari.
“Siamo devastati nel comunicare che il nostro amatissimo marito, papà e nonno Neale Daniher è morto a casa, circondato dalla sua famiglia”, si legge nella dichiarazione. I familiari hanno ricordato l’impronta lasciata da Daniher su chi lo ha conosciuto e hanno chiuso con le sue parole più note: “Play On”.
Nato nel 1961, a West Wyalong, nel New South Wales, Daniher crebbe in una famiglia destinata a entrare nella storia del football australiano. Con i fratelli Terry, Anthony e Chris, fece parte di una delle dinastie più riconoscibili del gioco. Arrivò a Essendon nel 1979, quando Terry era già sotto contratto con il club.
Il talento emerse subito. Nella prima stagione con i Bombers giocò 23 partite da halfback flanker e segnò nove gol, venendo nominato Recruit of the Year. Nel 1981 vinse il Best and Fairest di Essendon e fu convocato nella rappresentativa del New South Wales. Sembrava avviato a una carriera da grande protagonista.
Poi arrivò l’infortunio al ginocchio. Alla fine del 1981 subì un infortunio che inizialmente sembrava di minore entità, ma si rivelò una rottura del legamento crociato e richiese una ricostruzione completa. La sua nomina a capitano prima della stagione 1982 fu storica: era il più giovane mai scelto per quel ruolo nel club, ma divenne anche l’unico capitano a non guidare mai la squadra in campo.
Gli infortuni si succedettero togliendogli anni e partite. Daniher rimase fuori per tre stagioni, tornò nel 1985, poi si fece male di nuovo dopo appena cinque incontri. Un altro rientro nel 1987 finì ancora sotto i ferri. Chiuse la carriera nel 1990 con 82 partite in 11 anni, poche rispetto al talento, ma abbastanza per lasciare una traccia profonda.
Il campo da gioco non era stato generoso con lui, ma la panchina gli offrì una seconda vita. Dopo esperienze da assistente a Essendon e Fremantle, allenò il Melbourne Football Club dal 1998 al 2007 per oltre 220 partite. Nel 2000 portò i Demons alla Grand Final contro Essendon, persa di 60 punti. Non vinse il titolo, ma guadagnò rispetto in tutto il Paese.
Nel 2013 arrivò la diagnosi di malattia del motoneurone. Daniher la chiamò “la bestia”, perché, disse, per combattere qualcosa doveva darle un nome. Invece di ritirarsi in silenzio, decise di trasformare la propria condizione in una campagna pubblica. Fondò Fight MND (Fight Motor Neuron Disease), raccogliendo fondi per la ricerca e portando una malattia poco conosciuta al centro dell’attenzione nazionale.
L’evento simbolo divenne il Big Freeze, con personaggi pubblici lanciati in acqua gelida nel pieno dell’inverno del Victoria. Nel 2024 raccolse oltre 20 milioni di dollari per la ricerca. Daniher era convinto che una cura sarebbe arrivata: “Se c’è la volontà, c’è una via”, diceva.
Nel 2019 fu nominato Victorian of the Year. Nel gennaio 2025 arrivò il riconoscimento di Australian of the Year. Ormai non poteva più parlare, così alla cerimonia fu trasmesso un audio preregistrato. “Ho scelto di combattere perché, se non lo avessi fatto, come avrei potuto chiedere agli altri di farlo?”, disse. Ringraziò chi aveva comprato un berretto, donato un dollaro o diffuso il messaggio.
Daniher lascia la moglie Jan, quattro figli e diversi nipoti. La sua carriera sportiva fu spezzata dagli infortuni. La sua vita pubblica, invece, fu definita da ciò che fece dopo: dare un volto, una voce e una causa a una malattia spietata.