WASHINGTON - “Sto benissimo”: con la consueta sicurezza Donald Trump liquida i dubbi sulla sua salute, mentre alla Casa Bianca si apre un nuovo capitolo sul monitoraggio medico presidenziale. Oggi il presidente degli Stati Uniti (che compirà 80 anni il prossimo 14 giugno) si sottopone al suo terzo check-up programmato negli ultimi 13 mesi.
Trump, il più anziano presidente ad essersi mai insediato alla Casa Bianca, è atteso al Walter Reed National Military Medical Center per una serie di controlli preventivi e per una visita dentistica di routine. Oltre agli accertamenti clinici, l’agenda diffusa l’11 maggio prevede anche incontri istituzionali con il personale medico della struttura e con i militari ricoverati.
Nonostante l’amministrazione descriva la visita come un normale atto di routine, l’appuntamento riaccende inevitabilmente i riflettori sulle reali condizioni fisiche e cognitive del Commander-in-Chief. Negli ultimi mesi, Trump è stato sottoposto a una fitta serie di esami che hanno incluso analisi del sangue, valutazioni cardiache, TAC ed ecografie, oltre a screening neurologici e cognitivi che la Casa Bianca ha sempre assicurato essere stati superati “a pieni voti”.
Tuttavia, la gestione delle informazioni mediche continua a sollevare forti dubbi sulla trasparenza. I bollettini ufficiali rimangono parziali e ampie porzioni di dati clinici non vengono rese pubbliche, in linea con una prassi consolidata che lascia ai presidenti statunitensi totale discrezione su quanti dettagli rivelare ai cittadini.
A rinfocolare il dibattito pubblico sono stati anche alcuni dettagli emersi durante le precedenti valutazioni, come un evidente gonfiore agli arti inferiori e vistosi lividi sulle mani che avevano già attirato l’attenzione dei media e scatenato reazioni bipartisan. Più di recente, diversi esperti hanno iniziato a evidenziare una crescente difficoltà nell’articolazione delle parole e frequenti episodi di sonnolenza diurna durante gli impegni ufficiali.
Le critiche più severe sono arrivate nelle ultime ore da un gruppo di professionisti medici indipendenti affiliati all’associazione International Physicians for the Prevention of Nuclear War. L’organizzazione ha rilasciato una dichiarazione formale (ora inserita ufficialmente negli atti del Congresso (Congressional Record) in cui afferma che i sintomi fisici e cognitivi oggettivamente osservabili in Trump riflettono un grave e visibile declino, definendolo esplicitamente “mentalmente inidoneo a fare il presidente”.
Nel loro rapporto, i medici hanno sollevato una questione dai risvolti drammatici, legata alla catena di comando militare: “Quando i parametri di base della salute neurologica - nello specifico le funzioni esecutive, il controllo degli impulsi e l’elaborazione cognitiva in tempo reale - mostrano prove empiriche di un degrado incontrollato, il possesso dei codici di lancio nucleare cessa di essere un privilegio politico e diventa un’immediata minaccia esistenziale per la salute pubblica. La comunità medica non può più rimanere in silenzio mentre la stabilità psicologica di una struttura di comando si frattura visibilmente sotto il peso dell’invecchiamento biologico avanzato”.
Questo duro atto d’accusa si inserisce in un quadro di profonda ironia politica. Per anni, infatti, Donald Trump ha costruito la propria retorica elettorale attaccando duramente lo stato di salute e la lucidità mentale del suo rivale Joe Biden, coniando il celebre soprannome dispregiativo “Sleepy Joe”. Oggi, la salute dei leader politici è tornata a essere il tema centrale del dibattito pubblico statunitense.
Trump continua a difendere la propria idoneità al ruolo, vantandosi regolarmente di aver superato “test difficilissimi”, anche se gli esperti ricordano che si trattava semplicemente del Montreal Cognitive Assessment (MoCA), un test di screening standard utilizzato per rilevare i primi segnali di demenza. La frequenza insolita delle ultime visite al Walter Reed, tuttavia, rischia di minare la narrativa ufficiale proprio nel momento in cui l’avanzata età dei vertici dello Stato è considerata l’elemento di maggiore fragilità della politica Usa.