C’è un momento, nella vita di tutti (o quasi), in cui si smette di chiedersi cosa si desidera davvero e si comincia invece a domandarsi cosa sia più realistico fare. Succede spesso senza accorgersene, tra studi da finire, lavori da mantenere, aspettative familiari, paure che si accumulano con l’età e quella sensazione, molto adulta, secondo cui i sogni debbano necessariamente ridimensionarsi per poter convivere con la quotidianità. Ma dove finiscono, allora, tutte le vite alternative che avevamo immaginato da bambini? E soprattutto: cosa succede a chi decide di non rinunciare a quella voce interiore che continua a chiedere di partire, cambiare, attraversare il mondo, anche quando tutto intorno suggerisce stabilità, prudenza e controllo?

Sono domande che attraversano, in modi diversi, la storia di Linda Campostrini, partita a diciannove anni con un biglietto di sola andata e una vita ancora tutta da definire, lasciandosi alle spalle famiglia, lingua, abitudini e certezze.

Oggi, dopo quattordici anni trascorsi viaggiando tra continenti, lavori occasionali, esperienze estreme e lunghi periodi vissuti all’estero (approdando, tra le sue primissime tappe, proprio in Australia), il suo percorso viene spesso raccontato attraverso i traguardi più visibili - il TEDx, i contenuti social, il recente completamento del Te Araroa in Nuova Zelanda - ma ciò che emerge parlando con lei è soprattutto una riflessione continua sul significato della libertà, della solitudine e del modo in cui il viaggio modifica il rapporto con se stessi.

Se ripensa alla ragazza che è partita a diciannove anni, Campostrini non parla di coraggio in termini eroici, né di una scelta costruita su grandi certezze. Al contrario, ciò che direbbe oggi a quella versione più giovane di sé riguarda la leggerezza, la capacità di accettare l’incertezza e di attraversarla senza pretendere di avere tutto sotto controllo: “Divertiti e affronta tutto con leggerezza. Anche quando hai paura, anche quando non sai dove stai andando davvero. Perché poi, a distanza di tempo, sarà l’emozione che hai vissuto in quel momento a rimanerti dentro”.

Ed è forse proprio per questo che, nel raccontare gli anni trascorsi all’estero, i luoghi assumono per lei un significato oltre. Tra tutti, è la Colombia a occupare uno spazio particolare. Doveva fermarsi due settimane, è rimasta quasi nove mesi. “L’ho amata profondamente, mi ha cambiata dentro come nessun altro posto”, racconta, lasciando intuire come proprio lì abbia attraversato alcune delle esperienze più intense e complesse della sua vita, nella consapevolezza che sono spesso i periodi più destabilizzanti, quelli in cui si perdono riferimenti e sicurezze, a produrre i cambiamenti più profondi.

Una dinamica che ritorna anche nel racconto del Te Araroa, il sentiero escursionistico di oltre tremila chilometri che attraversa tutta la Nuova Zelanda tra montagne, foreste, fiumi e territori isolati. Campostrini spiega di essere partita senza una reale esperienza di trekking e di aver convissuto a lungo con la sensazione di essersi spinta oltre ciò che era pronta ad affrontare. “Il Te Araroa è uno dei trekking più duri al mondo e ti mette davvero alle strette in termini di sfide mentali e fisiche”, racconta, descrivendo un’esperienza molto distante dall’idea romantica dell’avventura immersa nella natura.

Eppure, proprio nella ripetizione quotidiana della fatica e nella gestione della paura, qualcosa sembra essersi modificato gradualmente. “Dopo i duemila chilometri ho iniziato a capire che ce l’avrei fatta sul serio. Che sarei davvero arrivata fino alla fine, da sola”.

È inevitabile che un’esperienza del genere finisca per ridefinire anche il rapporto con la solitudine, tema che attraversa gran parte della sua vita da viaggiatrice. Campostrini distingue però la solitudine che si può sperimentare in una grande città da quella vissuta durante settimane di cammino immersa nella natura, senza distrazioni né punti di riferimento familiari. “Ti ritrovi faccia a faccia con i tuoi pensieri e con tutto ciò che sei”, spiega. Nel suo racconto, la solitudine non viene idealizzata come uno stato permanente di pace interiore, ma descritta piuttosto come uno spazio scomodo e necessario, capace di costringere a confrontarsi con aspetti di sé che nella vita quotidiana spesso rimangono nascosti sotto il rumore continuo delle abitudini e delle relazioni.

Da qui nasce anche il modo in cui affronta il tema della sicurezza, soprattutto in quanto donna che viaggia spesso da sola. Più che irritata, racconta di sentirsi stanca di una domanda che le viene posta continuamente e che, secondo lei, riflette un rapporto molto distorto con il concetto di pericolo. “Viviamo in un paese in cui vige il terrorismo mediatico”, osserva, sottolineando come la percezione della paura finisca spesso per limitare molto più della realtà stessa. Questo non significa negare i rischi, ma riconoscere che il pericolo non appartiene esclusivamente al viaggio o a determinati paesi. “I pericoli esistono ovunque”, dice, spiegando di avere imparato negli anni ad affidarsi soprattutto all’istinto, all’osservazione e alla capacità di leggere le situazioni. Alla base, però, rimane una convinzione più ampia, maturata proprio attraverso gli anni trascorsi lontano dall’Italia: “Forse il viaggio più importante non è imparare ad avere meno paura del mondo. Ma smettere di avere paura della vita”.

Anche il suo modo di organizzare i viaggi sembra riflettere questa filosofia. Campostrini ammette apertamente di avere un rapporto complicato con la pianificazione e di preferire lasciare spazio all’imprevisto, non per superficialità ma perché considera l’adattamento una parte fondamentale dell’esperienza. Durante il Te Araroa, racconta, nello zaino c’era soltanto lo stretto necessario: “Un fornelletto, una bombola di gas, qualche barretta energetica, un sacco a pelo e una tenda. Tutto il resto era superfluo”.

Eppure, dietro l’idea di una vita libera e continuamente in movimento, esistono anche fragilità molto concrete, che Campostrini non nasconde. Pur avendo costruito negli anni una carriera tra contenuti digitali, incontri pubblici e scrittura, racconta di attraversare oggi uno dei periodi più complessi della sua vita professionale, soprattutto dopo i tre anni dedicati alla stesura del suo primo libro, Sorridi, e vai (Rizzoli, 2026). “A volte ho la sensazione di essere rimasta indietro col resto del mondo”, confessa, riferendosi alla pressione costante di dover essere sempre presenti, aggiornati e performanti all’interno di un sistema sempre più veloce. È forse uno degli aspetti più interessanti della sua testimonianza, perché rompe la narrazione semplicistica secondo cui scegliere una vita fuori dagli schemi significhi automaticamente liberarsi dall’insicurezza, dalla precarietà economica o dal dubbio di non riuscire a continuare.

Linda Campostrini stringe tra le mani una copia del suo primo libro Sorridi, e vai.

In questo percorso, la formazione in psicologia rappresenta per lei più uno strumento di osservazione che una risposta definitiva. “Fare esperienza diretta è qualcosa di profondamente trasformativo”, spiega, sostenendo che il viaggio abbia avuto un impatto molto più radicale di qualsiasi teoria studiata sui libri. Vivere all’interno di culture diverse, infatti, significa inevitabilmente mettere in discussione il proprio modo di interpretare il mondo, scoprendo quanto siano relative molte convinzioni considerate assolute quando si rimane sempre nello stesso contesto sociale e culturale.

Una parte di queste riflessioni confluisce oggi in Sorridi, e vai, il primo libro di Linda Campostrini, pubblicato il 5 maggio, in cui la viaggiatrice ripercorre esperienze, incontri e trasformazioni maturate in oltre un decennio di vita in movimento.