WASHINGTON - La World Bank prevede per quest’anno la crescita globale più debole dall’inizio della pandemia di coronavirus, mentre la guerra in Iran continua a spingere al rialzo energia e inflazione.
Nel nuovo rapporto, l’istituto con sede a Washington ha rivisto al ribasso la stima per il 2026 di 0,1 punti percentuali, portandola al 2,5%. Nel 2025 l’economia mondiale era cresciuta del 2,9%. Il peggioramento è dovuto soprattutto agli effetti del conflitto sul mercato energetico e al blocco quasi totale del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, passaggio chiave per il petrolio globale.
Nei Paesi più ricchi, l’aumento dei carburanti finisce per pesare su automobilisti e imprese. Nei Paesi più fragili, però, l’effetto è molto più dannoso. Secondo la World Bank, entro la fine del 2026 un quarto dei Paesi in via di sviluppo sarà più povero rispetto al 2019. Tra quelli a basso reddito, la quota salirà probabilmente a un terzo.
Il quadro è ancora più grave per le nazioni fragili o colpite da conflitti. Le proiezioni indicano che circa la metà di questi Paesi avrà, entro la fine dell’anno, meno risorse rispetto al periodo precedente alla pandemia. Il rischio è una nuova frattura tra economie capaci di assorbire lo shock energetico e Paesi costretti a tagliare consumi, importazioni e spesa pubblica essenziale.
La combinazione di inflazione alta, petrolio più caro e trasporti marittimi rallentati rende più difficile anche l’intervento delle banche centrali. Se i prezzi restano elevati, i tassi non possono scendere rapidamente; se la crescita rallenta, governi e imprese hanno meno margine per investire.
La World Bank ha già attivato una prima risposta. Poco dopo l’inizio della crisi ha messo a disposizione tra 20 e 25 miliardi di dollari americani in aiuti d’emergenza, pari a circa 29-36 miliardi australiani. L’istituto ha poi annunciato un piano tra 50 e 60 miliardi di dollari per assistere i governi dei Paesi in via di sviluppo e sostenere le imprese agricole.
Se la crisi dovesse protrarsi, la Banca si dice pronta a raddoppiare quasi l’intervento nell’arco di 15 mesi. Il messaggio è inequivocabile: la guerra in Iran non è più solo un’emergenza regionale. È diventata un freno globale, e il conto più alto da pagare arriva dove le economie erano già più deboli.