Nelle conversazioni della comunità italiana di Sydney mancava qualcosa: la consapevolezza del lavoro che molti italiani stanno già facendo accanto alle comunità aborigene, o nel confronto con le culture, le storie e i saperi delle First Nations. Da questa intuizione di Antonella Beconi, vicepresidente della Dante Alighieri di Sydney e responsabile del programma di lingua italiana, è nata l’idea di un evento con l’Aboriginal Dance Theatre Redfern (ADTR), la sua fondatrice e CEO Christine Donnelly e l’Università di Sydney.

Mercoledì 2 settembre ad aprire la serata è stata proprio Donnelly, nello spazio di Renwick Street. Subito dopo è intervenuta Concetta Cirigliano Perna, presidente della Dante Alighieri di Sydney. “Far parte della società australiana significa molto più che viverci e lavorarci: significa impararne le storie più profonde, quelle che precedono di gran lunga il nostro arrivo. Significa avvicinarsi alle culture che custodiscono la memoria di questa terra da decine di migliaia di anni.” E in questo percorso, ha concluso Perna, l’ascolto è fondamentale.

A fare da filo conduttore è stato Josto Luzzu, che insegna Cultural Studies all’Università di Sydney e italiano alla Dante Alighieri. Non voleva essere, ha spiegato, “solo un evento sulla cultura aborigena, ma uno spazio per ascoltare le persone, le storie e i saperi legati a questo luogo”. E ha lasciato al pubblico, numeroso, una domanda: chi ha diritto di ricordare, e chi di raccontare?

Per i 46 anni del centro, l’anno scorso, Donnelly ha aperto l’archivio al musicista e filmmaker Luis Piazzetta, che ne stava ricavando un cortometraggio: scatole di fotografie, VHS, programmi, manifesti, ritagli. Partendo da lì, Luzzu ha portato dentro un gruppo di studenti in tirocinio, e insieme hanno digitalizzato oltre 3.000 pezzi, salvando materiali che si stavano deteriorando. Mercoledì sera quel lavoro è arrivato al pubblico: una mostra con i frammenti di quasi cinque decenni e la proiezione del documentario.

L’ADTR è nato nel 1979 dalle lotte politiche di quegli anni: a Redfern la danza e il teatro erano una forma di azione politica, un modo per portare all’attenzione pubblica le rivendicazioni aborigene e l’autodeterminazione. Ed era insieme un luogo dove i bambini e i ragazzi aborigeni potessero imparare a ballare e ritrovarsi. “Per generazioni, altri hanno parlato al posto nostro”, ha detto Donnelly aprendo la serata, “interpretando le nostre storie, raccogliendo il nostro sapere e decidendo come le nostre culture dovessero essere rappresentate. Il lavoro di raccontare le nostre storie, con la nostra voce e alle nostre condizioni, continua”.

Al piano superiore, Francesca Ranazzi, della Dante, ha riflettuto su cosa significhi lavorare fra comunità diverse. Da fuori si parla di “cultura aborigena” al singolare, riducendola a pochi simboli come il didgeridoo e Uluru, mentre tra le comunità esistono storie, protocolli e autorità profondamente diversi. Lo ha imparato preparando questa serata: la prima bozza della brochure portava Uluru per rappresentare un evento che si teneva invece su Gadigal Country.

Laura Crippa, PhD e Lecturer in Italian Studies, che ha curato e organizzato l’evento insieme a Luzzu e Ranazzi, ha ribaltato la prospettiva: invece degli antropologi italiani venuti in Australia nell’Ottocento, le cui vite sono documentatissime, ha seguito gli oggetti che si sono portati indietro, concentrandosi su due musei, il Museo delle Civiltà di Roma e il Museo di Antropologia di Firenze. Si può ancora risalire alla comunità di provenienza? Quasi sempre no. I cataloghi online non permettono di cercare per regione, e il New South Wales sparisce dentro l’etichetta “Australia”. Non essere riuscita a ricostruire la storia di un solo oggetto del New South Wales, dice Crippa, è già parte della storia. Un esempio: i propulsori per lance che in inglese si chiamano comunemente woomera. Ma woomera è una parola Dharug, del bacino di Sydney, usata per oggetti che arrivano da tutto il continente e che invece, per forma e decorazione, non si somigliano affatto.

Un artista aborigeno, Brother Shawn, ha poi accompagnato il pubblico tra le proprie opere, esposte per l’edificio, raccontandone storie e significati; è seguita la lettura di una poesia da parte di Aunty Jeanie Moran,  donna Cammeraygal ed Elder della comunità locale e  sulle voci che spariscono quando una società decide quali racconti diventano ufficiali. E si è mangiato: cucina aborigena da una parte, italiana dall’altra, sullo stesso tavolo. Resta, alla fine, una cosa: da una parte la Dante Alighieri di Sydney, il più antico istituto culturale italiano in Australia, che oggi non riceve finanziamenti pubblici e vive di quote sociali e corsi di italiano. Dall’altra l’ADTR, i cui ultimi bilanci depositati raccontano solo contributi legati a un progetto specifico o a una riparazione. Due organizzazioni che fanno lo stesso mestiere: tenere in vita la memoria di una comunità. Entrambe tenute in piedi dai propri comitati e da chi ha deciso che quella memoria valeva il proprio tempo libero.