ROMA - È morto nella notte a Bologna Carlo Ginzburg, uno degli storici italiani più stimati e tra gli autori contemporanei più tradotti al mondo. Aveva 87 anni. 

Studioso delle eresie, delle persecuzioni, della cultura popolare e dei rapporti tra potere e classi subalterne, Ginzburg ha contribuito a ridefinire la storiografia europea della seconda metà del Novecento.  

Il suo nome resta legato soprattutto alla “microstoria”, un metodo di ricerca che parte da casi marginali, vite comuni, tracce minime e documenti dimenticati per illuminare fenomeni storici più ampi. Ginzburg guardava alla storia come a un campo di indizi da decifrare, diffidando delle versioni troppo compatte e delle spiegazioni definitive. 

Era nato a Torino il 15 aprile 1939, primogenito di Leone Ginzburg e Natalia Levi, che poi adottò il cognome del marito. Il padre, intellettuale antifascista russo di origine ebraica, venne ucciso nel 1944 nel carcere romano di Regina Coeli dopo le torture subite dai nazisti. La madre sarebbe diventata una delle grandi scrittrici italiane del Novecento. 

La famiglia fu confinata a Pizzoli, in Abruzzo, tra il 1940 e il 1943. Il padre era stato escluso dalla carriera accademica dopo il rifiuto di giurare fedeltà al fascismo, e una sorte analoga era toccata al suocero, lo scienziato Giuseppe Levi. 

Dopo la guerra, Ginzburg si formò alla Scuola Normale di Pisa e discusse la tesi in Storia moderna con Delio Cantimori, uno dei suoi maestri. In seguito, insegnò all’Università di Bologna, a Lecce e in importanti atenei stranieri, tra cui Harvard, Yale, Princeton e la University of California di Los Angeles. Dal 2006 al 2010 tornò alla Normale come docente di Storia delle culture europee. 

Il suo primo libro importante fu I benandanti, pubblicato in Italia nel 1966 da Adelphi e nato dallo studio di documenti dell’Archivio arcivescovile di Udine. In quelle pagine Ginzburg ricostruiva il mondo dei guaritori contadini friulani accusati di eresia dall’Inquisizione, nei cui riti sopravvivevano credenze popolari e arcaiche mescolate a elementi cristiani. 

Dieci anni dopo arrivò Il formaggio e i vermi (sempre per Adelphi), uno dei saggi più influenti della storiografia italiana del Novecento, che racconta la vicenda di Menocchio, un mugnaio friulano del Cinquecento, processato dall’Inquisizione per le sue idee sull’origine del mondo e sulla religione. Attraverso quel caso individuale, Ginzburg mostrò come la cultura popolare potesse entrare in rapporto, scontro e contaminazione con quella delle classi dominanti. 

In Storia notturna (Adelphi), pubblicato nel 1989, Ginzburg tornò sui temi della stregoneria, del sabba e delle persecuzioni, interpretandoli non come curiosità marginali o residui folclorici, ma come indizi di fratture profonde nella nascita della modernità europea. 

Accanto agli studi sulle eresie e sulla cultura popolare, Ginzburg sviluppò una riflessione metodologica molto influente. In Miti emblemi spie (uscito nel 1986 con Einaudi e successivamente ripubblicato da Adelphi) propose il cosiddetto “paradigma indiziario”, ovvero un modo di fare storia fondato sull’attenzione ai dettagli, agli scarti, alle tracce minime, simile al lavoro dell’investigatore, del medico o del giudice. 

La sua ricerca si estese anche alla storia dell’arte, con Indagini su Piero (Einaudi), dedicato a Piero della Francesca, e alla riflessione sul rapporto tra storia, prova e verità.

Attento anche all’attualità, nel 1991 pubblicò Il giudice e lo storico, pamphlet dedicato al processo per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi e alla condanna di Adriano Sofri. Passò di mano tra tre editori: prima Einaudi, poi Feltrinelli, infine Quodilibet.

Negli anni successivi Ginzburg continuò a lavorare sui problemi della distanza dello storico dal proprio oggetto di studio, sul rapporto tra verità e menzogna e sulla lettura obliqua dei testi e delle immagini. Tra i suoi libri più recenti ci sono Nondimanco, dedicato al confronto tra Niccolò Machiavelli e Blaise Pascal, La lettera uccide e Il vincolo della vergogna (tutti e tre con Adelphi) 

Risale al 2007 un’accesa controversia con Ariel Toaff, studioso di ebraismo e figlio del rabbino capo di Roma Elio. Toaff aveva con Il Mulino il saggio Pasque di sangue. Ebrei d'Europa e omicidi rituali, nel quale sostiene la cosiddetta “accusa del sangue” (calunnia medievale che attribuiva agli ebrei il rapimento e l'omicidio di bambini cristiani a scopo sacrificale rituale) potesse avere un fondamento storico per singoli episodi isolati avvenuti tra le comunità ashkenazite, da cui avrebbero poi preso forma le generalizzazioni e le leggende antisemite.

La pubblicazione generò un enorme scandalo internazionale e un violento scontro accademico. Carlo Ginzburg fu uno dei più accesi critici del lavoro di Toaff ed è intervenuto nel dibattito sulla stampa italiana, analizzando criticamente la ricerca e confrontandola con i suoi studi di microstoria sulle credenze popolari e sui meccanismi di persecuzione, sottolineando i pericoli legati a un uso fuorviante delle fonti nei processi inquisitori medievali.

A seguito delle polemiche, Toaff chiese all’editore il ritiro del libro e pubblicò una seconda edizione riveduta e corretta, nel 2008, in cui le tesi più controverse risultano emendate e ridimensionate.

La sua opera ha avuto influenza ben oltre l’ambito accademico, diventando un punto di riferimento per chi cerca nella storia non solo i grandi eventi, ma anche le vite minori, le voci cancellate e le tracce lasciate ai margini. 

Nel 2010 ricevette il Premio Balzan. 

È stato sposato con la storica e pensatrice femminista Anna Rossi-Doria. Dal matrimonio sono nate le figlie Silvia, storica dell’arte, e Lisa, scrittrice.