WASHINGTON - Il persistere del conflitto in Medio Oriente spinge il Fondo Monetario Internazionale a rivedere al ribasso le stime per l’economia mondiale. Secondo l’ultimo World Economic Outlook (WEO), il PIL globale crescerà del 3,1% quest’anno, contro il 3,4% previsto lo scorso gennaio. Gli esperti di Washington chiariscono che, in assenza della guerra, la crescita sarebbe rimasta stabile sui livelli precedenti. 

L’attuale stima del 3,1% si basa su uno scenario di riferimento in cui il conflitto mantiene intensità e portata limitate, con un’attenuazione delle perturbazioni entro la metà del 2026. Tuttavia, il Fondo ha elaborato piani di emergenza per situazioni più critiche. In uno scenario avverso, caratterizzato da aumenti consistenti e persistenti dei prezzi energetici, la crescita globale rallenterebbe al 2,5% nel 2026 con un'inflazione al 5,4%.  

In caso di scenario severo, qualora si verificassero danni gravi alle infrastrutture energetiche regionali, l'impatto sarebbe ancora più marcato, con il PIL globale destinato a scendere al 2% nel 2026 e un'inflazione superiore al 6% entro il 2027. La probabilità che questi scenari peggiorativi si concretizzino, avverte il Weo, aumenta progressivamente con il protrarsi delle ostilità. 

Un punto cruciale dell’analisi riguarda l’aumento della spesa militare indotto dalle tensioni geopolitiche. Sebbene possa stimolare l’economia nel brevissimo termine, nel lungo periodo rischia di generare forti pressioni inflazionistiche e indebolire la stabilità fiscale. Il Fondo avverte che il dirottamento di fondi verso la difesa può “soffocare la spesa sociale”, innescando potenzialmente malcontento e disordini civili. 

Per navigare in questo panorama incerto, l’Fmi suggerisce ai governi e alle banche centrali una serie di politiche robuste. Gli aiuti fiscali per proteggere le fasce più vulnerabili devono essere mirati, tempestivi e temporanei per non compromettere i bilanci pubblici. Le banche centrali devono restare vigili contro gli shock di offerta prolungati, mantenendo una comunicazione trasparente per evitare che l’inflazione destabilizzi le aspettative dei mercati. Infine, per ricostituire le riserve, i governi dovrebbero puntare su una gestione più efficiente delle uscite e sulla mobilitazione di nuove entrate.