Il cinema, spesso, insegna ad aspettare. Aspettare che una storia trovi la sua voce, che un personaggio riveli qualcosa di inatteso, che un incontro arrivi all’improvviso. Edoardo Leo lo sa bene. La sua è una carriera costruita senza fretta, attraversata da personaggi molto diversi e da una lunga gavetta che ancora oggi, con un sorriso, definisce il suo vero percorso.

“Festeggio quest’anno il 33esimo anno di gavetta”, afferma con orgoglio durante la nostra intervista.

E forse è proprio il tempo a descrivere al meglio il suo viaggio: gli anni necessari per capire che tipo di attore sarebbe diventato, quelli essenziali per scoprire di avere una vena comica che mai avrebbe immaginato e per imparare dagli errori commessi. Ma anche il tempo per scegliere storie capaci di metterlo ancora alla prova.

In Australia, ospite speciale del ST. ALi Italian Film Festival, arriva con due nuovi film – Separate Beds (2 cuori e 2 capanne) e For You (Per te) – che ci accompagnano, in modo differente, attraverso il percorso tortuoso di due personaggi costretti a confrontarsi con un cambiamento. E Leo, davanti o dietro alla macchina da presa, sembra continuare a cercare proprio questo: ciò che ancora non sa di poter raccontare.

In For You, interpreta Paolo, un padre che deve fare i conti con una diagnosi di Alzheimer precoce. Una storia vera, nata dalla vicenda di un uomo e dalla testimonianza della sua famiglia, che Leo ha seguito fin dall’inizio arrivando anche a produrre il film. La scelta non è stata casuale.

“Anche mia nonna ha affrontato un Alzheimer abbastanza precoce, quindi conoscevo molto bene il tema e, forse, inconsciamente era un modo catartico per ripercorrere questa storia e parlarne con mio padre – racconta, sottolineando quanto fosse importante trovare “il corretto equilibrio” –. Avevamo questa storia potenzialmente così drammatica e abbiamo provato a farne una commedia”.

La narrazione si sposta così dalla malattia alla relazione, a ruoli che lentamente si capovolgono. Paolo non è soltanto un padre che perde progressivamente la propria autonomia: “È la storia di un uomo che sta per diventare bambino, mentre un bambino sta per diventare uomo e diventa il padre di suo padre”, aggiunge.

Per entrare nella dolorosa prospettiva di Paolo, Leo affronta un lavoro lungo e meticoloso. Studia i video dell’uomo, lavora con un coach e cerca di comprendere soprattutto quella zona di confine in cui la malattia non è ancora completamente visibile.

“La parte più complicata è quella del limbo, il momento in cui una persona sa di essere malata, ma non ha la consapevolezza che a volte quella malattia sia già in atto. È stato molto difficile recitare questa zona d’ombra, mi sono sentito addosso un’enorme responsabilità”, ammette con onestà.

Un’immagine dal film For You con Edoardo Leo e Javier Francesco Leon

Ma proprio questa consapevolezza e questa incombenza enorme sembrano averlo spinto verso una delle cose che oggi cerca maggiormente nel cinema: il rischio. “Penso che, a quest’età e dopo tutti gli anni di cinema che ho fatto, la mia volontà sia di prendermi qualche rischio, di cercare di raccontare storie diverse”, aggiunge.

Quasi come un contrappunto alla fragilità di Paolo, arriva Valerio, il protagonista di Separate Beds: un uomo rigoroso, abituato alle regole e alle proprie certezze, che si trova davanti a una donna libera e anticonformista capace di incrinare il suo ordine. Due personaggi agli antipodi, proprio come Leo li aveva immaginati: “E poi, la parte divertente del mio lavoro è tutto lo studio che c’è prima, tutto quello che faccio prima di andare sul set”, aggiunge.

È la curiosità ad accompagnarlo da sempre, spingendolo negli anni anche dietro la macchina da presa, dopo l’università, una laurea in Lettere, il teatro e la recitazione.

“C’era una forma espressiva che non riuscivo a canalizzare e che, a un certo punto, pensavo fosse la scrittura, per questo mi sono scritto a Lettere. Poi, ho scoperto la recitazione un po’ per caso, mi esaltava davvero, ma volevo finire i miei studi. Il giorno della mia laurea, in tarda mattinata ho discusso la tesi e di sera mi sono esibito a teatro – racconta –. Tutti quegli studi sono presenti in tantissimi miei lavori e in spettacoli teatrali che porto in giro da tanto tempo”.

Ammette, però, di aver immaginato un destino attoriale decisamente differente: “Pensavo di voler fare l’eroe, il poliziotto coraggioso che salva tutti. E invece ho scoperto che, a dispetto di questo fisico da calciatore fallito, in realtà quello che funzionava davvero era la mia vena comica: i personaggi imbranati mi venivano particolarmente bene – racconta, sorridendo –. C’è qualcosa di noi che ancora non conosciamo e che arriva prima di quello che pensi di te stesso”.

Un’immagine dal film Separate Beds con Edoardo Leo e Claudia Pandolfi

Con la popolare serie televisiva Un medico in famiglia, scopre una strada che non aveva ancora immaginato e quel personaggio, Marcello, gli regala il suo “primo vero personaggio di commedia”. E forse è anche per questo che Edoardo Leo ammette di non rinnegare gli anni più difficili, nemmeno i lavori che oggi considera meno riusciti. “Rifarei tutti gli errori che ho fatto. Non cambierei nulla, anche i film brutti, alcune orrende serie televisive, perché è importantissimo sapere cosa non vuoi fare e cosa non ti piace”, spiega.

La sua carriera, racconta, non è stata una corsa verso il successo, ma un lento processo di selezione, fatto di tentativi e consapevolezze acquisite man mano.

“Tutto quello che mi è arrivato deriva da scelte ponderate, un lavoro molto profondo. Infatti, le cose belle sono arrivate dopo i quarant’anni – aggiunge –. Io so bene quale sia stata la mia partenza, so bene cosa mi abbia fatto fare certe scelte. Un anno particolarmente infelice dal punto di vista economico, mi erano state proposte, nello stesso periodo, una tournée teatrale con la regia del grande Gigi Proietti e una lunghissima serie televisiva che sarebbe durata anni e che sicuramente avrebbe risolto i miei problemi finanziari. Ma io sono andato in tournée perché sapevo che mi avrebbe migliorato molto come attore, anche se non avrebbe cambiato nulla dei miei problemi con l’affitto”.

E proprio quelle scelte così complesse lo portano negli anni a lavorare anche con alcuni dei suoi “eroi” – Nino Manfredi, Gigi Proietti, Ettore Scola –, imparando che nel cinema non esiste una traiettoria completamente prevedibile.

Lo dimostra l’incontro con Ferzan Özpetek, che lo vede presentare il Dopofestival di Sanremo nel 2018 e gli dice di aver scritto un personaggio “proprio per lui”: “Quindi non puoi prefiggerti un obiettivo. Io cerco di fare il mio lavoro più onestamente che posso. Poi, certamente, c’è una serie di incastri che avviene nella vita”.

E uno di questi incastri lo guidano oggi proprio in Australia. Dieci giorni fra Sydney e Melbourne, troppo pochi per vedere il Paese “come avrebbe voluto”, ma abbastanza per scoprire un pubblico che lo ha sorpreso.

“Sapevo quanto fosse grande la comunità italiana [Down Under], ma non pensavo fossero così appassionati di cinema. In fondo, cibo e cinema sono le due cose che ti fanno sempre sentire un po’ a casa”, dice.

Ma anche la comicità viaggia in modo imprevedibile. “In ogni Paese si ride in un punto diverso del film o per una battuta diversa; è uno degli aspetti che più mi incuriosisce del mestiere, perché dimostra quanto il cinema possa essere universale e allo stesso tempo profondamente legato alle persone che lo guardano”.

Edoardo Leo incontra la comunità italiana alla presentazione di Separate Beds a Sydney. (Foto: ST. ALi Italian Film Festival)

A Sydney, persino un incontro casuale glielo ricorda. Un ragazzo gli chiede una foto con una sciarpa da football, a pochi giorni dall’AFL Grand Finale, e quando Leo gli domanda come lo conosca, essendo comunque un attore italiano, lui risponde semplicemente: “Everybody knows you (tutti ti conoscono)”, mi racconta, ancora divertito e quasi incredulo.

E mentre continua a parlare di cinema, di errori e di futuro, torna più volte su una parola: costruzione. Non c’è rivalsa nel suo racconto, nemmeno verso i tanti no ricevuti. “Penso che il rancore sia energia sprecata, meglio continuare a lavorare e imparare. Perché quelle cose buone che metti in circolo, secondo me, ti ritornano sempre”, afferma convinto.

E dopo trentatré anni di gavetta, Edoardo Leo non sembra aver bisogno di dimostrare di essere arrivato. Piuttosto gli interessa ancora partire, cambiare direzione, incontrare personaggi che lo costringano a cercare parole, gesti e fragilità che non conosce.

E mentre lascia l’Australia per tornare su un nuovo set, con la promessa di un viaggio più lungo che possa portarlo anche oltre Sydney e Melbourne, resta l’immagine di un attore che ha imparato, semplicemente, a non avere fretta