Ci sono vittorie che si spiegano con la tattica, con i numeri o con la qualità dei singoli. E poi ci sono quelle che sfuggono a ogni analisi razionale. L’Argentina continua a vivere questo Mondiale sul filo delle emozioni, trasformando ogni partita in un viaggio che sembra destinato a finire e che, invece, trova sempre un modo per ripartire.
Anche contro la Svizzera è andata così. La Nazionale di Lionel Scaloni ha conquistato la semifinale battendo 3-1 gli elvetici dopo i tempi supplementari, ma ancora una volta ha dovuto soffrire oltre il previsto. Una qualificazione costruita con carattere più che con brillantezza, con la forza del gruppo più che con la fluidità del gioco.
Per lunghi tratti della gara l’Argentina ha faticato a trovare spazi contro una Svizzera organizzata, compatta e capace di resistere persino dopo essere rimasta in dieci uomini.
Nemmeno la superiorità numerica è bastata per cambiare l’inerzia di una partita che sembrava ormai destinata ai calci di rigore.
È stato allora che è arrivato il lampo di Julián Álvarez. L’attaccante del Manchester City, fino a quel momento poco incisivo sotto porta, ha scelto il momento perfetto per ritrovare il gol. Un destro potente e preciso, capace di spezzare l’equilibrio e liberare tutta la tensione accumulata in oltre cento minuti di battaglia.
Quella rete ha cambiato tutto. Ha ridato fiducia all’Argentina e ha spento definitivamente le speranze della Svizzera, prima che Lautaro Martínez mettesse il sigillo sul definitivo 3-1.
Il triplice fischio ha liberato un’esplosione di gioia sugli spalti e nelle piazze argentine. I tifosi hanno iniziato a saltare e a cantare pensando già al prossimo ostacolo. Perché il destino ha riservato all’Albiceleste un appuntamento dal peso storico: in semifinale ci sarà l’Inghilterra.
Una sfida che, inevitabilmente, riporta alla memoria pagine indelebili della storia del calcio e non solo. Quarant’anni dopo il Mondiale del 1986 e dopo la leggendaria “Mano de Dios” di Diego Armando Maradona, Argentina e Inghilterra tornano ad affrontarsi con un posto in finale in palio.
È impossibile, per il popolo argentino, vivere questa partita come una semifinale qualsiasi. Lo dimostra anche il coro che ha accompagnato i festeggiamenti subito dopo la vittoria contro la Svizzera. “El que no salta es un inglés” è risuonato sugli spalti e nelle strade del Paese ancora prima che i giocatori lasciassero il terreno di gioco, trasformando l’attesa per la prossima sfida in un evento dal forte valore simbolico.
Sul piano tecnico, però, Scaloni sa bene che servirà un’Argentina diversa.
La squadra continua ad alternare momenti di ottimo calcio a lunghi passaggi di sofferenza. Anche contro la Svizzera, dopo il vantaggio iniziale, l’Albiceleste si è abbassata troppo, concedendo campo agli avversari e complicandosi una partita che sembrava sotto controllo.
Nemmeno Lionel Messi è riuscito a incidere come nelle occasioni migliori. Il capitano ha illuminato il match con l’assist per Alexis Mac Allister, ma nel complesso è apparso meno brillante del solito. A trascinare la squadra sono stati invece il carattere di Emiliano Martínez tra i pali e la ritrovata vena realizzativa di Julián Álvarez, due uomini che potrebbero rivelarsi decisivi anche contro gli inglesi.
Forse è proprio questa la vera forza dell’Argentina. Non quella di dominare gli avversari, ma di trovare sempre un protagonista diverso nel momento in cui tutto sembra perduto.
Scaloni continua a chiedere sacrificio e compattezza, qualità che finora hanno permesso alla sua squadra di restare in corsa nonostante le difficoltà. Più che una macchina perfetta, questa Argentina assomiglia a un gruppo disposto a lottare fino all’ultimo pallone, capace di rialzarsi ogni volta che il Mondiale sembra volerle presentare il conto.
Ora arriva la sfida più attesa. Contro l’Inghilterra serviranno lucidità, qualità e sangue freddo. Ma servirà soprattutto quello spirito che ha accompagnato l’Albiceleste fin dall’inizio del torneo: la convinzione che nessuna partita sia davvero finita finché c’è ancora un pallone da giocare.
Perché, finora, è stata proprio questa fede incrollabile a tenere vivo il sogno argentino. E adesso quel sogno è distante soltanto due partite dalla gloria.