KINSHASA - L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) è molto più estesa e pericolosa di quanto stimato finora. Secondo un’analisi epidemiologica condotta dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e dall’Imperial College di Londra, il numero reale dei contagi potrebbe essere da due a cinque volte superiore rispetto ai dati ufficiali. 

I modelli statistici indicano che i casi reali potrebbero oscillare tra i 400 e gli 800, senza escludere il superamento di quota mille. Il bilancio ufficiale provvisorio registra 600 casi sospetti e 139 decessi, cifre che hanno già spinto l’Oms a dichiarare l’epidemia un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale. 

Il Direttore Generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha precisato che sebbene il rischio di una pandemia globale rimanga basso, la situazione sul terreno desta una viva preoccupazione. A peggiorare il quadro è la presenza del raro ceppo Bundibugyo, una variante del virus poco nota che ha circolato per settimane nel nord-est del Paese prima di essere identificata. 

“Questa ondata preoccupa più delle precedenti per numeri, contesto sociale e per la variante del virus” ha spiegato all’Adnkronos Salute Chiara Montaldo, responsabile medica di Medici Senza Frontiere (MSF) Italia ed esperta di malattie infettive sul campo.  

L’infettivologa, veterana delle epidemie di Ebola in Guinea e in Congo, ha riassunto l’emergenza spiegando che l’epidemia è stata dichiarata quando si contavano già 200 casi, a differenza dei 64 totali dell’ondata precedente. L’epicentro si trova nell’Ituri, ma si registrano già un caso a Goma e due in Uganda, toccando grandi città disposte lungo rotte commerciali e migratorie.  

A complicare la situazione interviene il sanguinoso conflitto cronico nel nord-est del Paese, la cui insicurezza ostacola l’accesso della popolazione alle cure e impedisce ai medici di raggiungere le aree isolate. Infine pesa l’incognita del raro ceppo Bundibugyo, alla sua terza epidemia storica, per il quale non si sa se i vaccini e i farmaci specifici a disposizione funzionino; l’unica nota positiva resta la letalità, che pur rimanendo altissima per una malattia infettiva, si attesta al 30-40% rispetto al 70% del più noto sierotipo Zaire. 

La risposta sanitaria è ostacolata dal collasso delle infrastrutture locali. Florent Uzzeni, responsabile aggiunto delle emergenze di MSF, ha denunciato la mancanza totale di forniture di base: dai farmaci antidolorifici alle mascherine, fino ai dispositivi per il tracciamento dei contatti. In assenza di terapie specifiche per il ceppo Bundibugyo, i medici possono ricorrere solo a isolamento, reidratazione e trattamenti palliativi. 

Le falle nei dispositivi di protezione hanno già causato il contagio di diversi operatori sanitari. Sandrine Lusamba, coordinatrice dell’Ong Sofepadi, ha riferito che 69 pazienti sono attualmente stipati in centri del tutto privi di dotazioni alla periferia di Bunia. Secondo le agenzie umanitarie, tra cui l’International Rescue Committee guidato da Heather Reoch Kerr, la scarsità di risorse è imputabile anche ai recenti tagli subiti dagli aiuti internazionali, che hanno lasciato la regione in uno stato di estrema vulnerabilità. 

Oltre al virus, gli operatori devono fare i conti con la violenza delle milizie. Chiara Montaldo, che sta organizzando le staffette del personale di Msf per garantire la sostenibilità dell’intervento a lungo termine, ammette i propri timori per la sicurezza. 

Per bloccare l’escalation, gli esperti sottolineano la necessità di attivare contemporaneamente i pilastri della gestione emergenziale: cura immediata, isolamento, sorveglianza epidemiologica e una diagnostica precoce e capillare. 

Un ruolo decisivo sarà giocato dal coinvolgimento attivo delle comunità locali per vincere la diffidenza legata alla guerra. “Serve il tracciamento di tutti i contatti dei casi sospetti. Abbiamo visto con il Covid-19, in contesti con maggiori risorse, quanto questo sia complicato e fallimentare; figuriamoci in una zona di guerra” rimarca l’esperta di MSF, sottolineando anche l’urgenza di un coordinamento transfrontaliero tra la RDC e i Paesi vicini. 

Di fronte alla crisi, gli Stati Uniti hanno stanziato fondi d’urgenza per l’installazione rapida di 50 cliniche di trattamento da campo tra il Congo e l’Uganda. Parallelamente, l’Oms ha attivato un ponte aereo per recapitare le prime 12 tonnellate di materiale medico (su un totale di 100 programmate) nelle province orientali, anche se l’Ong Alima (per bocca del capo missione Mamadou Kaba Barry) avverte che le scorte d’emergenza sono quasi esaurite. 

Dall’Europa, la Commissione europea monitora la situazione ma rassicura i propri cittadini: il rischio di introduzione del virus all’interno dell’Unione Europea rimane estremamente contenuto e non sono al momento necessarie misure restrittive sui viaggi o sui trasporti.