WASHINGTON - Il negoziato tra Stati Uniti e Iran si trasforma in un sofisticato braccio di ferro diplomatico, dove ogni mossa rischia di far saltare i fragili equilibri raggiunti finora.

Il presidente Usa Donald Trump ha deciso di modificare unilateralmente i termini della bozza di accordo per porre fine alle ostilità, una mossa che, secondo fonti qualificate sentite dal New York Times, rischia di far arretrare le trattative.  

L’obiettivo della Casa Bianca è esercitare la massima pressione sulla controparte per accelerare i tempi, ma Washington deve fare i conti con la complessa architettura istituzionale della Repubblica Islamica. L’approvazione finale di qualsiasi documento spetta infatti alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei, e la complessa gerarchia teocratica dilata inevitabilmente i tempi.  

Come reazione al rilancio di Washington, l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, vicina ai Pasdaran, ha subito confermato che anche Teheran si prepara a introdurre nuovi emendamenti al testo proposto, in un ping pong diplomatico potenzialmente infinito. 

I nodi principali sollevati da Trump riguardano il cuore del programma atomico e la sicurezza marittima. Secondo indiscrezioni raccolte da Axios, il presidente statunitense pretende disposizioni molto più rigide sulla gestione delle scorte di uranio arricchito al 60% e sui protocolli per la riapertura dello Stretto di Hormuz.

Se l’attuale bozza prevede un impegno di massima dell’Iran a non perseguire l’atomica e concede una finestra di 60 giorni per definire il destino del materiale fissile accumulato, Trump esige adesso un cronoprogramma tassativo che specifichi come e quando gli Stati Uniti prenderanno possesso di tale materiale per distruggerlo.  

Ai microfoni di Fox News, il tycoon si è detto fiducioso, evidenziando una cruciale vittoria linguistica ottenuta nel testo: inizialmente Teheran si impegnava a non “sviluppare” armi nucleari, mentre la nuova formula vieta categoricamente sia lo sviluppo sia l’acquisto in qualsiasi forma di armamenti atomici. Pur definendo gli iraniani dei negoziatori durissimi, Trump ha chiarito di non avere fretta, mentre l’amministrazione statunitense stima che per la firma definitiva potrebbe volerci da pochi giorni a poco più di una settimana.  

Mentre la Casa Bianca ostenta ottimismo, a Teheran l’atmosfera è di estrema fibrillazione e le divisioni tra i vertici dello Stato sono ormai evidenti. Se il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha gettato acqua sul fuoco parlando alla tv di Stato di colloqui ancora in corso e invitando a non dare peso alle speculazioni della stampa, il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha assunto una linea decisamente più intransigente. 

Ghalibaf ha avvertito che l’organo legislativo non ratificherà alcuna intesa senza la certezza matematica di aver tutelato i diritti del popolo iraniano, sottolineando la totale sfiducia dei conservatori nei confronti delle promesse di Washington e annunciando che le commissioni parlamentari passeranno al setaccio ogni singola clausola, specialmente quelle legate ai risarcimenti per la ricostruzione post-bellica. 

Questa spaccatura ai vertici ha innescato un terremoto politico senza precedenti all’interno del governo iraniano. Secondo una clamorosa rivelazione del sito di opposizione Iran International, il presidente Masoud Pezeshkian avrebbe rassegnato le proprie dimissioni immediate inviando una lettera a Mojtaba Khamenei. Sebbene i media ufficiali di Teheran abbiano subito smentito la notizia accusando l’emittente di diffondere falsità, i dettagli del documento descrivono una frattura insanabile all’interno del potere.  

Nella missiva, Pezeshkian avrebbe denunciato la totale estromissione del presidente e dell’esecutivo dalle decisioni più vitali e strategiche per il futuro del Paese, un vuoto di potere che avrebbe permesso alle fazioni più oltranziste del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica di assumere il controllo totale della politica nazionale. Dichiaratosi impossibilitato a guidare il Paese in tali circostanze, Pezeshkian attende ora di sapere se la Guida Suprema accetterà il suo passo indietro, un evento che certificherebbe il definitivo trionfo dei falchi contrari a ogni concessione all’Occidente.