WASHINGTON - Il blocco navale ordinato dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz segna un salto di qualità nella crisi mediorientale, aprendo una fase estremamente pericolosa del conflitto con Teheran. Decisa dopo il fallimento dei negoziati di Islamabad, la misura introduce scenari complessi che intrecciano diritto internazionale, tattica militare e stabilità economica globale.
Inizialmente annunciato da Donald Trump come un blocco totale, il provvedimento è stato successivamente circoscritto dal Centcom alle sole navi dirette verso o provenienti dai porti iraniani. Questa distinzione è fondamentale per tentare di rispettare i criteri del diritto internazionale, secondo cui un blocco deve essere effettivo e imparziale, senza impedire l’accesso a porti neutrali né chiudere uno stretto internazionale al traffico non coinvolto.
Tuttavia, l’ambiguità resta alta: Washington sostiene di non voler sigillare lo stretto, ma nella pratica operativa distinguere il traffico iraniano dal resto senza incidere sulla libertà di navigazione generale appare un’impresa quasi impossibile.
Dal punto di vista militare, la strategia statunitense non prevede lo schieramento di unità pesanti direttamente davanti ai porti iraniani, per evitare la minaccia di droni e barchini esplosivi. L'azione si sposta invece nel Golfo dell'Oman, dove l'intelligence satellitare viene impiegata per individuare le navi anche qualora spegnessero i transponder. In questo scenario, le imbarcazioni non autorizzate sono soggette a intercettazione, dirottamento e cattura.
Il nodo critico emerge nel momento dell’ispezione in mare aperto: fermare navi di Paesi terzi (come India o Pakistan) che trasportano greggio iraniano è considerato un atto ostile che potrebbe essere interpretato come un formale atto di guerra.
La Cina rappresenta la principale variabile geopolitica. Pechino, pur invitando alla moderazione, vede minacciati i propri interessi diretti: lo stretto è vitale non solo per l’energia, ma anche per le esportazioni cinesi verso il Medio Oriente. Il rischio di una escalation è concreto, soprattutto se Pechino dovesse decidere di scortare militarmente le proprie navi o se gli Usa dovessero intervenire contro di esse.
Si aggiunge poi la questione dei pedaggi illegali: l’Iran imporrebbe tasse da circa due milioni di dollari per il “passaggio sicuro”. Trump ha dichiarato che chi paga non avrà transito garantito, ma tracciare questi flussi — spesso gestiti in criptovalute — resta una sfida tecnica enorme per l’amministrazione Usa.
Le conseguenze di un blocco prolungato preoccupano gli analisti internazionali. David Satterfield, ex inviato speciale Usa, avverte che l’impatto economico avrebbe effetti “profondi” ben oltre il semplice rincaro del carburante, colpendo l’intero nodo delle forniture globali.
Ancora più perentorio l’ex ambasciatore britannico Richard Dalton, secondo cui un’operazione di questa portata legittimerebbe di fatto una risposta militare simmetrica da parte di Teheran.