WASHINGTON - Gli Stati Uniti non sono in grado di sostenere una guerra prolungata contro l’Iran. È l’allarme perentorio inviato ai vertici del Pentagono dai vertici militari a stelle e strisce, secondo quanto rivelato da una ricostruzione del Washington Post.  

Qualora il presidente Donald Trump decidesse di avviare nuove operazioni su larga scala contro Teheran, Washington rischierebbe di compromettere la propria capacità di fronteggiare minacce su altri teatri strategici e persino di rispondere a eventuali aggressioni al proprio territorio.

La valutazione della leadership militare, infatti, è che l’impegno nell’area sia stato finora “eccessivo e si sia protratto troppo a lungo”.   

Il “semaforo rosso” dei generali arriva proprio mentre nell’area si registra una ripresa dei blitz. Dopo un mese di relativa calma, le forze statunitensi hanno condotto un attacco aereo sull’isola di Larak, nello Stretto di Hormuz.

Tim Hawkins, portavoce del Comando centrale statunitense (Centcom), ha spiegato che “le forze statunitensi hanno colpito due siti di lancio iraniani sull’isola di Larak”, dove “sono stati osservati membri delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche intenti a preparare il lancio di razzi carichi di mine marine”. 

Nelle ultime settimane la reale tenuta bellica di Washington è finita ripetutamente al centro del dibattito.

Il presidente Trump ha sempre smentito categoricamente le indiscrezioni su una carenza di munizioni (inclusi i missili da crociera Tomahawk e i droni Reaper) e, in particolare, di sistemi di difesa aerea in grado di intercettare droni e vettori iraniani nel Medio Oriente. I vertici della Difesa, tuttavia, tracciano un quadro ben più critico. 

L’allarme è stato recapitato direttamente al segretario alla Difesa Pete Hegseth dai capi di Stato Maggiore di Esercito, Marina ed Aeronautica, ai quali si sono uniti i comandanti a quattro stelle che coordinano le operazioni in Europa, Asia e America del Sud. I rilievi sono stati messi a verbale nell’edizione del 14 agosto del Secretary of Defense Orders Book (SDOB), un documento classificato che viene redatto circa due volte al mese per fare il punto globale sulle risorse delle forze armate Usa: navi da guerra, velivoli, armamenti e personale.   

Nonostante Trump non abbia mai escluso ulteriori escalation per sbloccare la crisi dello Stretto di Hormuz, le cui paralisi continuano ad avere pesanti ripercussioni sul prezzo del petrolio e dei carburanti, l’U.S. Central Command mantiene oltre 50.000 uomini in stato di massima allerta. L’Orders Book prevede che una parte consistente delle truppe schierate non si muoverà nei prossimi mesi, rimanendo nella regione fino al 2027.  Proprio questa decisione ha innescato lo scontro burocratico-militare.  

I comandi del Pacifico, dell’Europa e del Sud America, insieme al comandante in capo della Marina, hanno risposto inserendo nel documento la formula del “non-concordo”: un segnale formale con cui dichiarano di non approvare l’estensione del dispositivo in Medio Oriente decisa da Hegseth, pur confermando che eseguiranno gli ordini.  

Per garantire la copertura al Centcom, i comandi regionali (in particolare la Marina) si sono visti sottrarre navi, aerei e armamenti, riducendo drasticamente la capacità di condurre le proprie missioni e di garantire il necessario addestramento alle truppe. Pur sostenendo la linea del segretario alla Difesa, anche Esercito e Aeronautica hanno voluto mettere a verbale i gravissimi rischi operativi legati a un impegno illimitato nello scacchiere mediorientale.