MILANO - Il Tribunale di Milano ha ordinato al Ministero della Difesa di modificare un bando di concorso per 1.100 posti di lavoro, dichiarando discriminatoria la clausola che riservava la partecipazione ai soli cittadini italiani. La decisione permetterà anche a determinate categorie di cittadini stranieri di candidarsi per impieghi civili all’interno dell’amministrazione della Difesa. 

La sentenza è stata pronunciata dalla giudice del lavoro Francesca Saioni, che ha accolto il ricorso presentato dalle associazioni Avvocati per Niente, Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) e Cgil Lombardia. 

Il concorso riguarda il reclutamento di 1.100 dipendenti non dirigenti, destinati a svolgere mansioni amministrative, tecniche e di supporto. Tra le figure professionali interessate figurano cuochi, meccanici, assistenti sanitari, informatici, addetti all’edilizia e tecnici di varie specializzazioni. 

Non si tratta quindi dell’arruolamento nelle Forze armate, ma dell’accesso a posti di lavoro civili alle dipendenze del Ministero. 

Secondo il Tribunale, l’obbligo di possedere la cittadinanza italiana per partecipare alla selezione viola il principio di parità di trattamento nell’accesso al pubblico impiego, dal momento che le mansioni previste non giustificano una restrizione generalizzata. 

La giudice ha ordinato al Ministero di modificare il bando e consentire la partecipazione, nel rispetto degli altri requisiti previsti, anche ai cittadini dell’Unione europea e ad alcune categorie di cittadini provenienti da Paesi extraeuropei. 

In particolare, potranno presentare domanda i familiari di cittadini dell’Ue in possesso dei requisiti di soggiorno previsti dalla legge, i titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo e i beneficiari di protezione internazionale. 

La pronuncia non apre dunque indistintamente il concorso a tutti gli stranieri residenti in Italia, ma estende l’accesso alle categorie già ammesse dalla normativa a determinati impieghi pubblici. 

Il Tribunale ha inoltre imposto la riapertura dei termini per la presentazione delle domande entro tre giorni, prevedendo una sanzione di 100 euro per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordine. 

Per le organizzazioni che hanno promosso il ricorso si tratta di una decisione importante, perché chiarisce che il requisito della cittadinanza italiana non può essere applicato automaticamente a tutti i concorsi della pubblica amministrazione. 

La legge consente infatti di riservare determinati incarichi ai cittadini italiani quando comportano l’esercizio di pubblici poteri o sono legati alla tutela di interessi nazionali essenziali. Secondo il Tribunale milanese, questa esclusione non può essere estesa indiscriminatamente alle mansioni tecniche e di supporto previste dal bando. 

Le associazioni parlano di una pronuncia che riafferma il principio di uguaglianza nell’accesso al lavoro pubblico e chiedono al Ministero della Difesa di adeguarsi rapidamente. 

L’auspicio è che la decisione non resti limitata al singolo concorso, ma induca l’amministrazione a rivedere anche i criteri utilizzati nei futuri bandi.