TEHERAN - Gli Stati Uniti hanno sferrato una serie di raid aerei circoscritti contro l’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz, a ridosso della città portuale di Bandar Abbas. L’attacco giunge a pochissime ore dall’apertura delle urne per le elezioni statunitensi di metà mandato e fa seguito ad un iniziale clima di cauto ottimismo espresso dal presidente Donald Trump in merito ai canali negoziali con Teheran.
Commentando l’operazione in un’intervista rilasciata a Fox News, Trump ha alzato la posta ventilando la possibilità di colpire il cuore del programma atomico iraniano: “Potremmo dover colpire Fordow, non è un problema”, riferendosi al più importante e protetto impianto sotterraneo per l’arricchimento dell’uranio della Repubblica Islamica. Il presidente Usa ha aggiunto che gli Stati Uniti sono in grado di farlo “entro un’ora e in qualsiasi momento vogliano”, rimarcando come “l’Iran non sia in una buona posizione per negoziare. Questa non è una guerra, è una guerra molto leggera”.
L’incursione sull’isola di Qeshm è stata confermata al Wall Street Journal e alla Cnn da alti funzionari e ufficiali delle forze armate statunitensi. L’azione rientra in una sequenza di strike limitati condotti da Washington nelle ultime settimane sul territorio iraniano. Uno dei funzionari ha spiegato al Wall Street Journal che l’esercito Usa sta cercando di mantenere riservati tali interventi per evitare la percezione che gli Stati Uniti intendano riprendere operazioni militari su vasta scala. Parallelamente, tre ufficiali statunitensi hanno dichiarato alla Cnn che si è trattato di una “misura difensiva” volta a tutelare gli asset statunitensi nella regione, dal momento che “gli iraniani usano missili terra-aria contro asset Usa”.
In precedenza, l’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna aveva riferito di cinque distinte esplosioni udite su Qeshm, con residenti che segnalavano il sorvolo di due velivoli non identificati. Interpellato dall’agenzia AFP, il Pentagono ha rinviato ogni richiesta di chiarimento al comando militare per il Medio Oriente (Centcom).
L’isola di Qeshm, estesa su un’area di circa 1.400 chilometri quadrati e nota come “l’isola lunga”, sorge ad appena 14 miglia da Bandar Abbas ed è considerata un punto cruciale per il controllo del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Già meta turistica per le sue meraviglie naturali, l’isola conta circa 148.000 abitanti a maggioranza sunnita ed è stata trasformata in una vera e propria fortezza strategica, definita dagli analisti una “portaerei inaffondabile” e una piattaforma ideale per la potenza navale “asimmetrica” dell’Iran.
Stando a quanto ricostruito dal Wall Street Journal e da analisi militari citate da Al-Jazeera, Qeshm ospita una vera e propria “città missilistica sotterranea”, una base navale e un fondamentale impianto di desalinizzazione dell’acqua, già dichiarato fuori uso da Teheran a seguito di un precedente raid Usa.
La minaccia formulata da Trump punta al cuore dell’infrastruttura atomica iraniana. Fordow non rappresenta soltanto uno dei siti più vigilati al mondo, ma un vero e proprio simbolo della contrapposizione geopolitica tra Teheran e l’Occidente.
Realizzato in estremo segreto a partire dal 2006 all’interno di una dismessa base militare scavata nella montagna, l’impianto è stato svelato dall’intelligence statunitense solo nel 2009, dimostrando che il programma nucleare della Repubblica Islamica non si limitava ai soli scopi civili. Fordow ospita le centrifughe a gas per l’arricchimento dell’uranio, il processo che separa l’isotopo fissile uranio-235 dall’uranio-238 presente in natura. Nel 2023, i rilevamenti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) vi hanno riscontrato tracce di uranio arricchito tra il 60% e l’83%, una soglia ormai prossima al livello teorico necessario per la realizzazione dell’arma atomica.
Sul fronte politico e diplomatico, la leadership iraniana ha respinto la narrazione della Casa Bianca sostenendo che la responsabilità di una de-escalation ricada interamente su Washington. Il capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato in un discorso trasmesso dalla televisione di Stato che per “evitare la guerra” la palla è ora nel campo degli Stati Uniti. “I Paesi della regione devono sapere che la Repubblica islamica dell’Iran è pronta a combattere e ha il dito sul grilletto”, ha scandito Ghalibaf.
Riferendo a Reuters, un alto funzionario iraniano citato da Ynet News ha rimarcato che “l’Iran e gli Stati Uniti sono ben lontani dal raggiungere un accordo per porre fine alla guerra”, avvertendo che “le richieste eccessive degli Stati Uniti non saranno accettate da Teheran. Gli Stati Uniti devono soddisfare le condizioni che abbiamo posto se vogliono che lo Stretto di Hormuz venga riaperto. I colloqui sulla questione nucleare potranno iniziare solo dopo”. L’esponente iraniano ha ribadito che Teheran “è pronta a rispondere con forza, nella regione e fuori, se gli Stati Uniti attaccheranno”.
I dettagli del piano iraniano sono stati illustrati dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha annunciato l’invio a Washington, tramite la mediazione del Qatar, di una proposta articolata su due giornate: “Il primo giorno gli Stati Uniti attueranno una serie di misure e il secondo giorno lo Stretto di Hormuz verrà riaperto e il transito tornerà alla normalità“, ha spiegato Araghchi, subordinando l’apertura delle rotte navali all’accettazione integrale dei prerequisiti fissati da Teheran.
“Ora tutto dipende da quanto Washington sarà razionale”, ha affermato il capo della diplomazia iraniana. “Le condizioni di Teheran per la riapertura dello Stretto di Hormuz sono assolutamente chiare e trasparenti. Se queste condizioni saranno accettate, lo Stretto di Hormuz sarà riaperto e i negoziati riprenderanno. Altrimenti, la situazione attuale continuerà e l’Iran non farà passi indietro. Se sceglieranno la diplomazia onesta, siamo pronti a collaborare, ma se intendono ingannare o condurre operazioni militari, vedranno una risposta più dura e pesante di prima”.