Il paradosso è che, dietro un argomento che suona come un complesso tema per economisti, si nasconde invece una questione assai concreta.

Quanto si riesce a produrre in Australia con ogni ora di lavoro? Quanto rapidamente un’idea diventa un’impresa, un investimento un progetto profittevole, una scoperta universitaria trova applicazione in un’innovazione industriale?

Le risposte, purtroppo, oggi non sono particolarmente rassicuranti. Nel trimestre di giugno la produttività è rimasta ferma e nell’arco di dodici mesi è diminuita dello 0,2%. Ma è soprattutto il confronto con il passato a spiegare la dimensione del problema: il livello complessivo è appena superiore dell’1% alla media registrata tra il 2015 e il 2019.

Attribuire tutto questo al governo di Anthony Albanese sarebbe non soltanto ingeneroso, ma sbagliato. Il rallentamento della produttività viene da lontano, attraversa governi laburisti e della Coalizione e riflette trasformazioni comuni a molte economie occidentali.

In questo secondo mandato, seppur con le difficoltà di un contesto nazionale sempre più complicato dalle vicende globali, Albanese e Chalmers stanno provando a passare dalla fase diagnostica a quella dell’applicazione della ‘cura’.

La diagnosi è stata al centro della tavola rotonda sulle riforme economiche di agosto 2025, un momento di confronto che il Tesoriere ha voluto per far dialogare tutte le parti in causa del sistema economico e sociale australiano.

Da lì in poi, il lavoro della Productivity Commission e una sequenza di interventi legislativi che hanno, nel dichiarato intento politico, una direzione abbastanza precisa: rendere più semplice investire, ridurre il peso della burocrazia, aumentare la concorrenza, modernizzare il sistema fiscale e utilizzare meglio capitale, tecnologia e competenze.

Siamo stati molto solleciti, da queste pagine, nel sottolineare l’importanza di affrontare, in maniera sistematica, la crisi della produttività, e, nell’analisi dei lavori parlamentari di questo mandato, non sarebbe corretto sostenere che nulla sia stato fatto: dalla riforma delle autorizzazioni ambientali alla National Competition Policy, dai Regulatory Reform Omnibus agli incentivi fiscali per gli investimenti delle imprese, è stata prodotta una certa quantità di legislazione in materia.

Ora però, per non essere troppo compiacenti, diventa importante accendere i riflettori su cosa sia disposto a fare questo governo, ancora di più rispetto a quanto fatto finora e in maniera più decisiva.

Perché è su questo terreno che la conversazione si sposta dal dato tecnico-economico a quello politico. Le principali analisi sulla produttività australiana, dalla Productivity Commission al dipartimento del Tesoro, dall’OCSE al Fondo monetario internazionale, finiscono per convergere su un punto: non può esistere una grande riforma capace, da sola, di invertire la tendenza.

E molte delle riforme che potrebbero farlo toccano interessi consolidati, competenze degli Stati, rendite immobiliari, tassazione, università, mercato del lavoro e settori protetti dalla concorrenza. In altre parole, la crescita della produttività è facile da invocare ma, purtroppo, molto più difficile da perseguire.

Prendiamo la concorrenza, ad esempio. Uno studio della Tesoreria ha stimato che, se fosse rimasta ai livelli della metà degli anni Duemila, l’economia australiana potrebbe essere oggi tra l’1 e il 3% più produttiva.

Una forbice che, tradotta nella dimensione dell’economia nazionale, rappresenta produttività, redditi e salari reali che il Paese avrebbe potuto generare e non ha generato.

Da questo punto di vista la nuova National Competition Policy e il progetto di costruire finalmente un autentico mercato nazionale vanno nella direzione giusta. È difficile, del resto, spiegare perché un’economia di appena 28 milioni di abitanti debba continuare a convivere con differenze normative, licenze e procedure che cambiano attraversando un confine statale.

Il federalismo australiano ha molti meriti. La duplicazione amministrativa non è necessariamente uno di questi, e ne abbiamo avuto una drammatica prova con la scombinata gestione della crisi pandemica, dove il Consiglio intergovernativo ha potuto fare ben poco per garantire organicità alla risposta dei vari Stati.

Ma una discussione seria sulla produttività non può non passare attraverso una discussione complessa sul sistema fiscale. Ed è qui che la politica australiana, che siano i laburisti o la Coalizione, diventa tradizionalmente molto più prudente, in una costante ricerca di consenso.

L’OCSE continua a porre questioni che nessun governo affronta volentieri: il peso della tassazione sul reddito, le concessioni fiscali, la GST, il trattamento degli investimenti immobiliari, le tasse sull’acquisto delle case imposte dagli Stati.

Certo, la parola dell’OCSE non è un dogma assoluto, e nessuno dice che ogni prescrizione dell’OCSE debba essere adottata. Si può, però, partire da queste basi per ragionare su come il sistema fiscale impatti sulle decisioni di famiglie e imprese.

Per decenni una parte considerevole della ricchezza delle famiglie australiane si è concentrata nella proprietà immobiliare. Un’economia ha bisogno che il capitale finanzi anche nuove aziende, tecnologie, industria, ricerca e attività capaci di aumentare la produzione futura.

La stessa prudenza, e lo stesso approccio meramente regolatorio, che per anni ha circondato il dibattito fiscale rischia di ripetersi anche sul fronte dell’innovazione. L’intelligenza artificiale è l’esempio più evidente. La Productivity Commission stima, pur sottolineando l’inevitabile incertezza di queste proiezioni, che l’AI potrebbe aggiungere oltre 116 miliardi di dollari all’attività economica australiana nel prossimo decennio.

La questione decisiva è la diffusione della tecnologia. Le economie più produttive non sono necessariamente quelle che inventano ogni nuova tecnologia, ma quelle che riescono ad adottarla rapidamente, trasferendola dalle aziende di frontiera alla moltitudine di piccole e medie imprese.

Su questo terreno pesano anche la diminuzione della spesa in ricerca e sviluppo e la difficoltà, antica per l’Australia, di trasformare l’eccellente ricerca delle proprie università in innovazione commerciale su larga scala. Scuola, università, formazione professionale, migrazione qualificata e riconoscimento delle competenze non sono politiche accessorie alla crescita ma parte essenziale.

Importare competenze che poi non vengono riconosciute, formare giovani per professioni che non corrispondono alla reale domanda del mercato o lasciare che lavoratori già occupati vedano progressivamente invecchiare le proprie capacità significa sprecare capitale umano.

Per molti anni una parte importante della crescita australiana è stata sostenuta dall’aumento della popolazione e della forza lavoro, dall’abbondanza delle risorse naturali e dalla straordinaria espansione delle economie asiatiche.

Sono vantaggi reali e continueranno a esserlo. Ma aumentare il numero delle persone che producono non equivale ad aumentare ciò che ciascuna di esse riesce a produrre.

La fase diagnostica, come detto, sembra sia stata effettuata, adesso viene la parte più difficile, perché le riforme capaci di modificare davvero la traiettoria della produttività richiedono inevitabilmente di scegliere: tra rendite e investimenti, tra protezione e concorrenza, tra la comodità dello status quo e il costo politico necessario per cambiarle.

Un governo può decidere come distribuire, o ridistribuire, la ricchezza prodotta da un Paese.

Può tassarla, trasferirla, utilizzarla per finanziare servizi e scegliere chi debba contribuire di più e chi, invece, ricevere maggiore sostegno.

Ma prima, quella ricchezza, bisogna crearla.