ROMA - L’impatto sul territorio e sull’ambiente della guerra a Gaza e dell’occupazione in Cisgiordania genera drammatiche ripercussioni sul riscaldamento climatico, sulla disponibilità idrica, sull’agricoltura e sulla biodiversità. Di questi temi si è discusso a Roma durante la conferenza stampa “Palestina: l’eredità ambientale dell’occupazione e della guerra”, organizzata da Legambiente nell’ambito del progetto europeo RAN – ReAct Now, iniziativa volta a promuovere la giustizia climatica attraverso la formazione di giovani in Italia, Francia, Germania, Israele, Giordania e Palestina.
L’evento ha visto la partecipazione di Vanessa Pallucchi (Vice-Presidente di Legambiente), Luisa Morgantini (AssoPacePalestina) e delle europarlamentari Cecilia Strada e Annalisa Corrado.
“Genocidio ed ecocidio vanno letti insieme”, hanno sottolineato gli organizzatori in una nota. “L’ecocidio non è ancora codificato dal diritto internazionale, ma descrive ciò che in Palestina si vede ogni giorno, cioè la vita resa impossibile non solo oggi, ma anche in futuro, a causa di una strategia di appropriazione e distruzione dei beni ambientali e delle risorse necessarie alla sopravvivenza”.
L’aggravio dovuto al controllo territoriale si inserisce in un quadro critico: il Mediterraneo orientale e il Medio Oriente sono già classificati tra gli hotspot climatici mondiali. Le proiezioni indicano un aumento della temperatura media annuale fino a +4,5°C entro fine secolo, estati più lunghe del 49% (circa due mesi in più), inverni ridotti del 56% e un calo delle precipitazioni del 25%. Tuttavia, mentre tale scenario accomuna gran parte del bacino mediterraneo, in Palestina la capacità di adattamento e i diritti socio-ambientali della popolazione risultano strutturalmente limitati dal controllo politico e territoriale imposto sulle risorse naturali dal regime israeliano.
Uno dei punti centrali emersi riguarda l’accesso all’acqua. Israele, attraverso la società Mekorot, controlla oltre l’80% delle risorse idriche provenienti dalla falda montana e dalla Valle del Giordano. Di conseguenza, circa 660.000 palestinesi in Cisgiordania registrano una disponibilità insufficiente di acqua potabile.
I dati di B’Tselem (Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati) evidenziano che un palestinese della Cisgiordania consuma in media 82 litri d’acqua al giorno, a fronte dei 247 litri pro-capite di un cittadino israeliano (coloni compresi). Soltanto il 36% dei palestinesi dispone di acqua corrente ogni giorno e, nelle comunità non collegate alla rete, la media scende a 26 litri quotidiani, a fronte di un fabbisogno minimo di 50-100 litri indicato dall’Oms.
Inoltre, secondo l’ufficio OCHA delle Nazioni Unite, tra gennaio e giugno 2026 oltre 100 episodi di demolizioni o violenze da parte dei coloni hanno danneggiato o distrutto più di 190 strutture idriche e igienico-sanitarie (tra tubature, cisterne e impianti di irrigazione). I danni colpiscono principalmente le comunità di pastori dell’Area C, zona sotto il pieno controllo civile e militare israeliano dove si concentrano gran parte delle risorse naturali e degli insediamenti. Chi perde le cisterne è costretto ad acquistare acqua tramite autobotti o ad abbandonare il territorio, trasformando la scarsità idrica in una causa diretta di sfollamento e mettendo a rischio l’agricoltura palestinese, che dipende per l’80% dalle piogge.
Alla scarsità d’acqua si aggiunge la pressione sul suolo. Un rapporto redatto dalle organizzazioni israeliane Peace Now e Kerem Navot calcola che dal 2023 sono nati 185 nuovi avamposti israeliani e che quelli agricoli e pastorali controllano ormai circa il 18% della Cisgiordania. Il 2025 ha segnato il record storico per l’apertura di nuovi avamposti e colonie (86 in un solo anno).
L’OCHA rileva che al 4 settembre 2026 oltre 3.960 palestinesi sono stati sfollati (più di 16 al giorno, quasi il doppio rispetto alla media del triennio 2023-2025), individuando nelle violenze dei coloni la causa principale degli allontanamenti, con una media di sei attacchi giornalieri registrati dalle Nazioni Unite.
Gravi criticità si riscontrano anche nella gestione dello smaltimento dei rifiuti. La Cisgiordania ne produce circa 1.835 tonnellate al giorno, di cui 343 tonnellate finiscono in discariche abusive esposte a combustione incontrollata. B’Tselem ha censito in Cisgiordania almeno 15 impianti israeliani di trattamento che lavorano scarti provenienti in gran parte dal territorio d’Israele sfruttando normative ambientali più permissive.
Tra Hebron e Idhna si lavorano inoltre ogni anno tra le 57.000 e le 64.000 tonnellate di rifiuti elettronici (e-waste) smaltiti informalmente, con un pesante impatto sanitario (tra cui una maggiore incidenza di tumori linfatici) per le comunità residenti a ridosso dei siti di combustione. Contestualmente, le analisi del Norwegian Refugee Council condotte con l’Università di Birzeit hanno documentato terreni agricoli resi inutilizzabili dagli scarichi fognari non trattati provenienti dalle colonie. Le autorità ambientali palestinesi segnalano la nascita di 92 discariche abusive dall’ottobre 2023, quasi tutte ubicate nell’Area C dove l’Autorità Palestinese non ha giurisdizione, a fronte di nessun permesso rilasciato da Israele per impianti palestinesi negli ultimi vent’anni.
L’impatto finale investe la biodiversità: secondo la Commissione per la resistenza al Muro e alla colonizzazione, nel 2025 sono stati sradicati o danneggiati 35.273 alberi (di cui 26.988 ulivi, più del doppio rispetto ai 14.212 del 2024). Nei primi cinque mesi del 2026 se ne contano oltre 10.000, per un totale di oltre 120.000 alberi colpiti dal 2020 ad oggi. L’estirpazione degli ulivi e la recinzione dei pascoli spezzano i corridoi ecologici e distruggono gli habitat naturali.
“Il volontariato ancora una volta costruisce ponti che creano relazioni solidali fra le nuove generazioni che, a livello globale, oltre i propri confini nazionali, chiedono pace, giustizia sociale e climatica”, ha dichiarato Vanessa Pallucchi, Vicepresidente di Legambiente. “Toccare con mano e documentare cosa sta accadendo in Palestina, in questo momento, aiuta a definire la complessità dei problemi che oltre ad essere di natura umanitaria sono anche di natura ambientale. Per questo motivo gli esiti del nostro progetto ReAct Now vengono presentati a ridosso della Giornata internazionale Onu per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in situazioni di guerra e conflitto armato, come parte di un percorso che vede l’associazione impegnata nel riconoscimento del reato di ecocidio anche nel nostro Paese, come verrà discusso nel seminario’ Verso la pace con la natura’, a Milano, proprio per celebrare la giornata Onu del 6 novembre”.