Capita a tutti noi, prima o poi, di voler fuggire le rigide mura del controllo, la prigione della moderazione, e di sperimentare quel bisogno profondamente umano di lasciarsi andare, anche solo per un momento, per sentirsi semplicemente un po’ più vivi. Un bicchiere di vino, e si fa largo la voglia di ridere, ballare, abbandonarsi alle gioie della vita, eludere pensieri e affanni quotidiani. Rompere gli schemi, per afferrare quella leggerezza di spirito che la realtà rende a volte difficile, e far emergere una vitalità sepolta sotto chili di doverizzazioni. Il vino, appunto, rende tutto più semplice. Questo, lo sapevano bene anche gli antichi romani, che del vino fecero uno dei culti più affascinanti e controversi del loro Pantheon.
È proprio attorno a questa tensione, sottile e potentissima, tra controllo e abbandono che si è sviluppato l’incontro Bacchus: the controversial God of Wine and Festivities, andato in scena domenica 3 maggio a Libryary at the Dock, in Docklands, ultimo appuntamento del ciclo ‘Tra Sacro e Profano’. Un progetto articolato, dedicato al rapporto tra spiritualità, mitologia e vita quotidiana nell’antichità, con uno sguardo privilegiato alla cultura umbra. L’iniziativa, promossa dall’Associazione Umbria ed Amici del Victoria – tra le realtà associative più longeve e dinamiche del panorama italiano in Australia – si inserisce in un più ampio percorso sostenuto dalla Regione Umbria, con il patrocinio del Consolato Generale d’Italia e dell’Istituto Italiano di Cultura, e la collaborazione del Comites Victoria e Tasmania.
Ad aprire l’evento è stata la presidente Antonella Nichinonni, che ha dato il via a un pomeriggio denso di suggestioni e riflessioni, seguito dall’intervento della console generale Chiara Mauri, che ha sottolineato il valore di queste iniziative nel tessuto culturale cittadino: “Queste organizzazioni svolgono un ruolo fondamentale nel preservare le nostre tradizioni e nel rafforzare il senso di appartenenza”. Un richiamo, il suo, al legame vivo e pulsante tra Italia e comunità italo-australiana, reso ancora più attuale dal momento culturale che Melbourne sta vivendo, con la mostra Rome: Empire, Power, People al Melbourne Museum.
Protagonista dell’incontro, il dottor Christopher Gribbin, storico pubblico e docente alla La Trobe University, che ha accompagnato il pubblico in un viaggio affascinante tra mito, storia e immaginario. Al centro, la figura di Bacco, divinità sfuggente e ambivalente, capace di incarnare al tempo stesso piacere e inquietudine.
È il simbolo dell’ebbrezza, della sensualità e del vitalismo più sfrenato. Incarna una forza primordiale, caotica, liberatrice. È il dio che spezza le convenzioni, che scioglie i vincoli dell’identità e della ragione, conducendo uomini e donne – attraverso il vino – in uno stato di trance collettiva.
Una figura, quella di Bacco, che affonda le sue radici già nella civiltà greca (dove ad essere venerato era Dionisio): qui il vino la fa da padrone durante i simposi che diventano spazio di dialogo e tensione, di sguardi e desideri che emergono coppa dopo coppa. I Romani ne raccolsero l’eredità, trasformandola nei loro celebri banchetti.
Ma Bacco non è soltanto festa. È anche disordine, rottura, perdita dei confini. “È il contraltare di Apollo – incalza il professore –, il dio della misura e della chiarezza”. Dove Apollo rappresenta la forma, Bacco è impulso; dove uno ordina, l’altro dissolve. In questa dialettica si gioca una parte essenziale dell’esperienza umana.
“Bacco è il dio del vino – ha spiegato Gribbin – e proprio per questo è associato all’ebbrezza e alla perdita di controllo. Questo lo rendeva estremamente popolare, ma anche temuto”. Una duplicità che attraversa tutta la sua narrazione: da un lato portatore di gioia e liberazione, dall’altro figura capace di destabilizzare l’ordine sociale.
Non a caso, in epoca romana, il Senato intervenne per limitare i baccanali, rituali percepiti come potenzialmente sovversivi. “Celebrazioni spesso notturne e segrete, avvolte da un alone di mistero, che alimentavano sospetti e timori” spiega ancora Gribbin. Eppure, il culto non scomparve mai del tutto, continuando a vivere proprio grazie alla sua capacità di parlare a una dimensione profonda dell’essere umano.
Bacco rappresentava e radunava in sé l’uscita dall’io e la fusione con una natura primigenia, una sospensione temporanea della razionalità. Era il dio della vegetazione, della linfa vitale, ma anche dell’ambiguità. Compagno seducente e, al tempo stesso, pericoloso.
Le sue raffigurazioni – tra satiri, sileni e menadi – restituiscono un universo vibrante, popolato da figure sospese tra umano e animale, tra controllo e istinto. Una “parentesi utopica di trasgressione e liberazione”, in cui il vino attenua le pene e la danza estatica trascina oltre i confini dell’identità.
E forse è proprio qui che risiede la sua attualità. In quella tensione, mai risolta, tra controllo e caos, tra ciò che siamo e ciò che, talvolta, temiamo di diventare. Un conflitto che attraversa i secoli e continua a interrogarci.
“Una figura che racchiude in sé molti aspetti diversi, un’infinità di sfaccettature, ed è proprio questa complessità – insieme alla sua natura controversa – a renderlo così tremendamente affascinante”, ha concluso Gribbin.