Nel famoso Manifesto della cucina futurista del 1930, Filippo Tommaso Marinetti sferra un attacco volutamente scioccante contro quello che considera l’alimento base più sacro d’Italia. La pasta, sostiene, non è solo un cibo, ma un simbolo della stagnazione nazionale.

In diretta radiofonica provoca tutta l’Italia con queste parole: “Vi annuncio il prossimo lanciamento della cucina futurista per il rinnovamento totale del sistema alimentare italiano… La cucina futurista sarà liberata dalla vecchia ossessione del volume e del peso e avrà, per uno dei suoi principi, l’abolizione della pastasciutta. La pastasciutta, per quanto gradita al palato, è una vivanda passatista perché appesantisce, abbruttisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti, pessimisti. È d’altra parte patriottico favorire in sostituzione il riso”.

La reazione dell’opinione pubblica italiana è immediata – la maggior parte delle persone rimane inorridita –, ma il furbo Marinetti ottiene tutta la pubblicità di cui ha bisogno per il nuovo Manifesto. Marinetti sostiene che la pasta renda gli italiani pesanti, lenti e pessimisti. Nella visione futurista, queste qualità sono l’esatto contrario di ciò che la vita moderna richiede.

Il Futurismo celebra la velocità, l’aggressività, la tecnologia e il movimento in avanti; la pasta, al contrario, è associata alla letargia, alla tradizione e all’attaccamento al passato.

Per Marinetti, abolire la pasta è quindi una necessità culturale e persino psicologica. Se l’Italia vuole diventare una nazione veramente moderna – dinamica, energica e industriale – deve trasformare non solo la sua arte e la sua politica, ma anche la sua dieta. La critica ha anche una dimensione nazionalista ed economica. I futuristi sottolineano che la pasta dipende fortemente dal grano, gran parte del quale l’Italia importa. Ridurre il consumo di pasta, sostengono, rafforza l’autosufficienza nazionale e si allinea alle più ampie ambizioni modernizzatrici del periodo.

Cosa dovrebbero mangiare allora gli italiani? I futuristi propongono una radicale rivisitazione della cucina. Promuovono il riso come alternativa principale, presentandolo come un alimento più leggero, più moderno e più “italiano” nella sua essenza agricola.

Oltre a ciò, incoraggiano una dieta ricca di carne, pesce, verdure e abbinamenti innovativi, spesso presentati in modi altamente sperimentali. La cucina futurista privilegia la creatività e l’esperienza multisensoriale rispetto alla tradizione. I piatti sono concepiti per stimolare non solo il gusto, ma anche l’olfatto, il tatto e persino l’udito.

I pasti possono prevedere abbinamenti insoliti – dolce e salato, solido e schiuma – oppure incorporare profumi, consistenze e presentazioni teatrali. L’obiettivo è trasformare il mangiare in un evento artistico e tecnologico, in linea con il più ampio programma estetico del Futurismo.

I nomi dei piatti sono altrettanto importanti: invece delle etichette tradizionali, i pasti futuristi portano titoli fantasiosi che evocano la velocità, i macchinari o la vita moderna. Le ricette spesso abbandonano la struttura convenzionale, privilegiando la sorpresa e l’innovazione. In pratica, le proposte culinarie futuriste sono più simboliche che realmente diffuse.

La pasta, com’era prevedibile, rimane al centro della vita italiana. Eppure, la critica futurista non riguarda mai solo l’alimentazione. Si tratta di un audace tentativo di rimodellare le abitudini quotidiane in linea con una visione radicale del futuro, in cui persino l’atto di mangiare rispecchia una civiltà nuova, più veloce e più dinamica.

Ma ha avuto successo? Negli anni ‘80 il movimento Slow Food si sviluppa in Italia e conquista lentamente il mondo. Nel frattempo, la pastasciutta continua a essere un alimento di base in Italia, che ne esporta tonnellate in tutto il mondo.

Viva la pastasciutta!