Quando all’inizio degli anni Novanta Rita Porreca portò in Australia il cosmetic tattooing, il trucco permanente, a Sydney lo praticava a malapena una manciata di persone. Da allora sono passati 35 anni.
La sua storia comincia, come tante della nostra comunità, con una valigia. I genitori sono abruzzesi, di Torricella e di Casoli. “Mia madre era incinta di me quando sono emigrati”, racconta. La famiglia si stabilisce nell’ovest di Sydney, con due genitori che “facevano fatica, cercando di costruire un futuro”. Da giovane Rita studia estetica e apre una prima clinica di bellezza, ma sente che manca qualcosa: “L’estetica andava bene, ma io avevo bisogno di più, volevo aiutare concretamente le persone”.
Questo la porta negli Stati Uniti, dove si forma nel cosmetic tattooing per poi riportare la tecnica in Australia. Il passo successivo è stato un salto nel vuoto: “Ho venduto il mio salone di bellezza, ho corso un grosso rischio, sono andata a Newtown e ho affittato solo una stanza. Non era affollato, perché la gente non lo conosceva… ma ha funzionato”. È però nel lato medicale che la sua voce si fa più intensa. Oltre a sopracciglia, eyeliner e labbra, il suo centro ricostruisce l’areola dopo la chirurgia per il cancro al seno, “così che possano sentirsi di nuovo a loro agio col proprio corpo”. Le sue prime clienti, agli inizi, sono le persone più vicine: “La mia famiglia, mia cognata, le mie amiche”. È l’immediatezza a conquistarla: “La bellezza del tatuaggio è che lo vedi all’istante. Puoi aiutare qualcuno subito, i risultati sono visibili dopo poco tempo”.
Per Porreca “non è solo cosmetica: è ricostruire la speranza di vita di una persona”. E dopo 35 anni continua a ricevere le sue clienti nel suo studio di Five Dock, il Sydney Permanent Make Up Centre sulla Great North Road. Molte la seguono da oltre vent’anni e arrivano da tutta l’Australia. Ciò che la motiva resta semplice: “Sento che le persone provano una vera gioia nel vedere il risultato finito, specialmente dopo aver vissuto l’esperienza drammatica di un cancro al seno”.
La parabola della ragazza abruzzese che rischiò tutto affittando una stanza a Newtown resta il promemoria di un mestiere che, fatto bene, non abbellisce soltanto un volto: lo ricostruisce.