BUDAPEST – Dopo la riforma radicale dei media pubblici, la creazione di un Ufficio indipendente anticorruzione e la ripresa del dialogo con Bruxelles, a Budapest Peter Magyar ha fatto cadere un altro tassello dell’era di Viktor Orbán, mettendo di fatto alla porta l’attuale presidente della Repubblica, Tamas Sulyok.

La decisione è arrivata questa settimana, con l’approvazione da parte del Parlamento ungherese di un emendamento costituzionale che sancisce la cessazione dell’incarico dell’attuale capo di Stato, fedelissimo del leader di Fidesz. “La decisione rappresenta una tappa fondamentale nello smantellamento della mafia politica ed economica di Orbán”, ha scandito via social poco prima del voto il premier Peter Magyar, forte di una maggioranza parlamentare di due terzi, che di fatto concede al partito Tisza il potere di modificare la Carta magiara.

Oltre all’annunciata destituzione di Sulyok, l’emendamento approvato nei giorni scorsi stabilisce un tetto di 12 anni alla durata dei mandati dei deputati, un limite d’età di 70 anni per i giudici della Corte costituzionale e l’istituzione di un Ufficio di recupero e protezione del patrimonio pubblico, con lo scopo di riprendersi - nelle parole di Magyar - “i miliardi rubati dagli oligarchi del regime corrotto di Orbán”.

Oltre al voler dare l’immagine di una Budapest che chiude con l’era della ‘democrazia illiberale’, la questione affrontata lungo le sponde del Danubio si intreccia anche con un tema fondamentale nei corridoi bruxellesi, quello dello Stato di diritto. Nel maggio di quest’anno Magyar era riuscito a strappare a Ursula von der Leyen, con cui condivide la famiglia politica del PPE, un accordo sullo sblocco dei circa 16 miliardi di fondi Ue congelati per l’Ungheria.

Il tutto però, a una condizione: l’impegno del nuovo governo nel riformare la condizione dello Stato di diritto. È su questo punto, per altro, oltre che sull’attuazione delle misure anticorruzione e sulla libertà accademica che restano appesi gli altri circa due miliardi di fondi comunitari ancora sigillati a Bruxelles. 

“Lo Stato di diritto è una pre-condizione della democrazia e sarà uno dei pilastri del nostro mandato”, ha sottolineato oggi il ministro irlandese per gli Affari europei Thomas Byrne, evidenziando in commissione Libertà Civili all’Eurocamera le priorità della presidenza irlandese del Consiglio, osservando come quello ungherese sarà uno dei dossier “attenzionati”.

A Budapest, intanto, l’ex consigliere del leader di Fidesz, Balázs Orbán, ha denunciato “l’inizio di una crisi costituzionale”, ma il presidente ungherese ha tirato dritto, pur trovandosi di fronte a un paradosso. 

L’emendamento approvato, per entrare in vigore, avrebbe bisogno della controfirma dello stesso presidente della Repubblica. Sulyok avrà adesso cinque giorni di tempo per approvare un testo che lo spedirebbe fuori dal Parlamento. “Nel caso di rifiuto - ha rivendicato Magyar -, il governo inizierà subito il procedimento di destituzione e impeachment del capo dello Stato, come previsto dall’attuale Costituzione”.