ROMA - Cosa nostra starebbe cercando di ricostruire un arsenale più sofisticato, guardando anche al mercato nero alimentato dalla guerra in Ucraina. L’allarme arriva dal procuratore di Palermo Maurizio de Lucia, ascoltato dalla commissione nazionale Antimafia.
“Abbiamo trovato armi che vengono dal Salento ma la cui provenienza è l’area balcanica, cioè l’ex Jugoslavia”, ha detto il magistrato. Secondo de Lucia, però, ci sono anche segnali di un interesse della mafia per armi più avanzate, “quelle ad esempio del mercato nero nato con la guerra russo-ucraina”.
Il procuratore ha parlato di “segnali di acquisto di droni lanciamine” e di strumenti “da cui non siamo preparati a difenderci”.
Per de Lucia, il quadro indica “un tentativo di ricostituire un arsenale di qualità”, non solo nel circondario di Palermo ma anche in altri territori. L’audizione ha toccato anche il tema delle comunicazioni dal carcere, indicato dal procuratore come uno dei nodi più critici nel contrasto alle organizzazioni mafiose.
“Poche ore dopo essere entrati in carcere i mafiosi vengono muniti di apparecchi telefonici”, ha affermato de Lucia. Il 41 bis, ha spiegato, resta “uno strumento efficiente”, e il problema riguarda soprattutto i detenuti in alta o media sicurezza, che non hanno la qualifica di capi ma continuano a mantenere collegamenti con l’esterno.
Secondo il procuratore, la disponibilità di telefoni consente a Cosa nostra di “continuare a comandare” anche dagli istituti penitenziari. “La custodia cautelare cautela ben poco”, ha osservato, aggiungendo che la situazione indebolisce anche la credibilità dello Stato verso chi denuncia.
“Quando si sa che chi hai denunciato ordina i danneggiamenti dalla galera è difficile capire l’utilità delle denunce”, sottolinea.
I numeri citati in commissione sono pesanti. Nelle sole carceri palermitane del Pagliarelli e dell’Ucciardone, tra il 2025 e il primo semestre del 2026, sono stati trovati 297 cellulari a disposizione dei detenuti. “Questi sono quelli che abbiamo recuperato, la cui introduzione nelle celle cioè è fallita”, ha detto de Lucia, lasciando intendere che altri dispositivi possano essere riusciti a entrare senza essere intercettati.
Il procuratore ha auspicato un rafforzamento dell’organico della polizia penitenziaria e un miglioramento del regime di alta sicurezza. Ha invece spiegato che l’utilizzo dei jammer, cioè dispositivi in grado di schermare le comunicazioni, non sarebbe una soluzione praticabile, almeno in alcuni contesti urbani.
L’audizione si è aperta con un riferimento alla cattura di 18 tra favoreggiatori dell’ex latitante Matteo Messina Denaro e mafiosi che lo avrebbero protetto. De Lucia ha richiamato le indagini sull’enorme patrimonio accumulato dal boss trapanese, parlando di “quantità di denaro enormi” e ricordando il recente sequestro, in collaborazione con sette Stati stranieri, di beni per 200 milioni di euro.
“Messina Denaro apparteneva a una generazione di uomini di Cosa nostra che hanno un approccio molto evoluto con mondi esterni”, ha detto il procuratore, sottolineando l’attenzione del capomafia all’accumulazione di capitali e alla loro redistribuzione nel territorio e fuori dalla Sicilia. Quando l’audizione è entrata nel dettaglio degli accertamenti in corso, de Lucia ha chiesto la secretazione della seduta.