Il governo non lo ammetterà mai, ma senza le pressioni populiste di One Nation, le riforme del programma d’immigrazione non sarebbero state annunciate 18 mesi prima delle urne.

Questo non significa che le modifiche presentate giovedì scorso da Tony Burke siano in qualche modo state dettate da Pauline Hanson, ma indubbiamente il giro di vite per ciò che riguarda alcune categorie e la riduzione dei numeri al netto di coloro che si insediano di anno in anno in Australia sono sicuramente stati decisi per parare qualche colpo elettorale.

È impossibile non osservare  il tempismo, i temi scelti e la natura di alcune misure ‘correttive’ senza arrivare a una conclusione politica piuttosto ovvia: One Nation ha portato il dibattito al centro dell’attenzione nazionale e ha costretto i laburisti (e la Coalizione) ad occuparsi di un problema che per troppo tempo avevano preferito amministrare anziché affrontare.

Merito o colpa che sia, a seconda dei punti di vista, Pauline Hanson con i suoi annunci, le sue accuse, le sue argomentazioni (spostando le sue paure di ‘invasione’ da quella asiatica del ’96 a quella islamica di oggi) ha forzato la mano sia al governo che all’opposizione che, come sempre, viaggia su un treno in perenne ritardo, carico di dubbi e rinvii.

Il governo ha riconosciuto che il vecchio modello di immigrazione (che sta ancora risentendo degli aggiustamenti dopo la lunga pausa Covid) non può più essere lasciato funzionare senza un controllo politico molto più diretto.

Il dato di partenza è significativo. La Net overseas migration (NOM) è scesa a 292.100 nell’anno fino a marzo 2026, ben al di sotto del picco post-pandemico, ma ancora abbastanza alta da mantenere l’immigrazione, a torto o ragione, al centro della crisi abitativa e del dibattito sul costo della vita. Il governo ora vuole portare la quota netta di migranti a 245.000 nell’anno corrente, facendola scendere a 225.000 unità nel 2027-28.

Il ministro dell’Interno e dell’Immigrazione, giovedì scorso ha esplicitamente detto che quei numeri, un tempo considerati previsioni di bilancio, devono ora essere trattati come obiettivi da raggiungere.

Ha anche difeso la riduzione perché, al contrario di chi lancia allarmi e suggerisce addirittura una pausa di tre anni – seguita da una ripresa ad un livello di circa 130.000 persone all’anno -, il governo cerca di trovare un equilibrio tra la volontà politica di ridurre i numeri complessivi e la stringente necessità economica di avere una forza lavoro adeguata alle esigenze pratiche in svariati settori e la crescita economica del Paese. Una sfida non facile, ma cruciale.

Una sfida rinviata per troppo tempo perché le risposte di oggi potevano arrivare prima, senza ritrovarsi a dover duellare sui numeri con One Nation e la Coalizione. I laburisti avevano, infatti, commissionato già tre anni fa una revisione delle politiche migratorie all’ex direttore del Dipartimento del Primo ministro, Martin Parkinson.

Ma avvertimenti e suggerimenti sono poi rimasti in qualche cassetto fino all’arrivo rumoroso sulla scena della Hanson, che ha forzato l’apertura di quel cassetto e qualche tipo di azione perché, nonostante le accuse e le promesse degli ‘altri’, al momento il problema è interamente nelle mani di chi l’ha volutamente ignorato.

A completare il quadro di una ‘crisi’ del sistema, ci sarà oggi la presentazione, da parte del ministro del Tesoro, Jim Chalmers, del rapporto Intergenerazionale, a cui faranno seguito, la prossima settimana, i dati conclusivi del budget di gestione per il 2025-26. Tre documenti collegati fra di loro che non faranno altro che fotografare nella sua completezza il quadro di un Paese che sta vedendo scendere paurosamente lo standard di vita dei suoi cittadini. 

Per anni l'immigrazione è stata presentata soprattutto come una componente essenziale della crescita economica ed è stata ‘usata’ consapevolmente per nascondere alcune debolezze strutturali del Paese, specie per ciò che riguarda manodopera e competenze.

E Burke l’ha ammesso, indicando gli sforzi che si stanno facendo per recuperare il terreno perduto, specie nel campo delle specializzazioni, ma per questo ha anche sottolineato la necessità di continuare a puntare sull’estero per poter far fronte alle carenze di personale in alcuni settori: infermieri, medici, lavoratori dell’edilizia e altri professionisti sono necessari per far funzionare e, non meno importante, continuare a costruire il Paese.

Ma l’altra metà della storia è diventata impossibile da ignorare.

Ogni nuovo residente aumenta anche la domanda di abitazioni, trasporti, scuole, servizi sanitari e infrastrutture. Se l’offerta non cresce alla stessa velocità, la pressione viene avvertita soprattutto da chi già vive nel Paese.

Troppo facile però, come sostengono Hanson e anche il leader dell’opposizione Angus Taylor, indicare l’immigrazione come la ragione principale della crisi abitativa. Il ministro dell’Interno ha cercato di sottolineare questa distinzione in fatto di cause e soluzioni. “La carenza di abitazioni non è stata causata dall’immigrazione, ma l’immigrazione – ha detto - deve essere parte della soluzione”.

È una posizione decisamente lontana dagli slogan del “rubinetto degli arrivi da chiudere” per risolvere il problema, ma è una risposta che porta ad una nuova domanda: se il governo sa che la capacità abitativa non tiene il passo con la crescita della popolazione, perché non cercato di adeguare prima la velocità della crescita demografica?

Burke ha insistito sul fatto che il nuovo programma non sia stato elaborato per rispondere al clima politico del momento, ma guarda caso , una delle ppiù importanti correzioni del sistema è stata elaborata solo ora che il tema dell’immigrazione è diventato centrale nel dibattito nazionale.

Comunque numeri giù su tutti tre fronti (anche se quello della Coalizione non è stato ancora ben definito), ma nessuna rivoluzione su quello laburista: un processo graduale di riduzione, che, secondo Burke, è già ben avviato, ma maggiori controlli e maggiore severità per ciò che riguarda  la vasta rete dei visti che va sicuramente semplificata, anche se, con tutte le sue opportunità e complicazioni sta  portando nelle casse del governo milioni di dollari l’anno.

Ma in questo momento la bilancia pende dalla parte del mostrare di fare qualcosa perché gli elettori se l’aspettano: quindi studenti internazionali e le loro famiglie nel mirino assieme a coloro che arrivano e rimangono in Australia per un periodo limitato (che ora sarà accompagnato da possibili estensioni determinate con sorteggio) dei visti vacanza-lavoro. Qui però emerge una delle contraddizioni della nuova politica.

Lo stesso governo che vuole ridurre la migrazione deve contemporaneamente assicurarsi che agricoltura, turismo, ospitalità e altri settori non rimangano senza lavoratori.

Burke lo ha riconosciuto difendendo l’importanza economica dei migranti anche nelle aree regionali e mettendo così in evidenza la differenza tra le riforme laburiste e le proposte tutto tagli e nessuna attenzione alle reali necessità del Paese da parte dei semplificatori di One Nation.

Per il governo, il problema è soprattutto il funzionamento del sistema: troppi percorsi temporanei, troppo poco controllo, abusi dei visti e una distribuzione delle competenze che non corrisponde sufficientemente alle esigenze nazionali.

La nuova politica laburista è quindi, sotto molti aspetti, una risposta a One Nation facendosi però certi di non essere una politica di One Nation che questo dibattitto lo sta, comunque, vincendo avendolo fatto diventare una priorità.

Populismo alla ribalta sabato anche in casa della Coalizione con la presentazione del suo programma sull’istruzione che prevede una totale revisione della ‘missione educativa’ con l'introduzione di materie sui “valori occidentali” e una riduzione del tempo dedicato alla storia delle popolazioni indigene.

Il ministro ombra dell'Istruzione Julian Leeser ha dichiarato che le riforme prevedono anche l'esposizione della bandiera australiana in tutte le scuole, con l'obiettivo di promuovere un maggiore senso di orgoglio nazionale. Anche in questo caso lo zampino di One Nation sembra esserci tutto.

La Coalizione, ha continuato a spiegare Leeser, ha come obiettivo quello di “ripristinare l'eccellenza”, in un contesto di forte calo degli standard scolastici. Qualità ma anche disciplina,  tanto da proporre l’idea di creare percorsi di formazione all'insegnamento destinati ai veterani delle forze armate.

Leeser ha anche promesso che un governo di Coalizione sosterrebbe il ritorno a un sistema di abilitazione all'insegnamento della durata di un anno, come era stato fino al 2010.