CANBERRA – Gli australiani appaiono oggi molto più inquieti sul proprio futuro rispetto agli anni della pandemia, nonostante allora il Paese affrontasse lockdown, recessione e una rapida crescita della disoccupazione.
Secondo il Mapping Social Cohesion Survey 2026, pubblicato dallo Scanlon Foundation Research Institute e basato sulle risposte di 10mila persone, il 32 per cento degli intervistati ritiene che la propria vita sia destinata a peggiorare poco o molto. Durante la fase più difficile del COVID-19 la quota era appena del 14 per cento.
Anche lo sguardo sul futuro nazionale si è fatto più cupo: metà degli adulti si dichiara pessimista o molto pessimista, rispetto al 24 per cento registrato durante lockdown e recessione.
Il rapporto individua tra le principali cause le difficoltà connesse al costo della vita, l’inflazione persistente, l’aumento dei tassi d’interesse e avvenimenti traumatici come il massacro di Bondi.
Il ricercatore dell’Australian National University James O’Donnell ha inoltre osservato che parte della polarizzazione presente nel dibattito internazionale sta entrando nella vita pubblica australiana.
Ha citato in particolare la crescente diffidenza nei confronti delle elezioni e del sistema giudiziario, sostenendo che alcuni temi emersi soprattutto nel dibattito conservatore internazionale stanno trovando spazio anche in Australia.
Il sondaggio registra profonde differenze a seconda dell’orientamento politico degli intervistati.
Negli ultimi due anni, la quota degli elettori di One Nation convinti che gli immigrati non adottino i valori australiani è salita dall’89 al 96 per cento.
Più di due terzi dei sostenitori del partito ritiene inoltre che le elezioni non siano corrette.
Nel complesso, oltre un elettore su cinque, indipendentemente dal partito sostenuto, afferma di non fidarsi mai del governo: una percentuale quasi quattro volte superiore rispetto a sei anni fa.
Secondo Anthea Hancocks, responsabile della Scanlon Foundation, una possibile spiegazione risiede anche nel confronto con la risposta istituzionale durante la pandemia.
“In quel periodo, quando le persone si trovavano in una situazione difficile, il governo agì in modo non partitico e riuscì a far accadere le cose rapidamente”, ha spiegato.
Oggi, di fronte a nuove incertezze economiche e internazionali, molti si domandano perché le istituzioni non intervengano con la stessa rapidità.
Il quadro cambia però quando l’attenzione si sposta dalle istituzioni nazionali ai rapporti quotidiani.
Gli indicatori relativi al senso di appartenenza locale sono rimasti sostanzialmente stabili da quando il rapporto è stato avviato nel 2007.
Più di quattro persone su cinque affermano di vivere in comunità nelle quali i vicini sono disposti ad aiutarsi reciprocamente.
“La maggior parte degli australiani è composta da brave persone che vogliono il meglio per tutti, e i dati lo dimostrano - ha detto Hancocks -. La grande maggioranza di noi vuole le stesse cose”.