CANBERRA - L’inflazione è scesa più del previsto in aprile, ma il dato non basta a rassicurare la Reserve Bank of Australia (RBA).

Il calo dell’indice generale dipende soprattutto dalla riduzione temporanea dell’accisa sui carburanti, mentre la misura di fondo dei prezzi, più importante per le decisioni sui tassi d’interesse, è tornata a salire.

Secondo l’Australian Bureau of Statistics (ABS), l’indice annuo dei prezzi al consumo è passato dal 4,6 per cento di marzo al 4,2 per cento di aprile. Gli economisti si aspettavano un rallentamento meno marcato, al 4,4 per cento. A spingere in basso il dato principale è stato il calo della benzina, dopo la decisione del governo di dimezzare l’accisa sui carburanti di 26 centesimi al litro.

I prezzi dei carburanti sono diminuiti del 7 per cento in un mese, dopo il balzo del 32,8 per cento registrato a marzo. Ma il quadro resta meno favorevole di quanto sembri: rispetto a febbraio, cioè prima degli effetti più pesanti della guerra in Medio Oriente, i carburanti sono ancora più cari del 23,5 per cento.

Sue-Ellen Luke, responsabile delle statistiche sui prezzi all’ABS, ha spiegato che il rincaro del petrolio si è già riflesso in prodotti e servizi con costi elevati di trasporto e logistica. I servizi postali sono aumentati del 12,4 per cento rispetto a un anno fa, mentre la costruzione di nuove abitazioni è salita del 4,7 per cento.

Il punto critico per la Reserve Bank è l’inflazione di fondo (trimmed mean inflation), la misura che esclude le variazioni più suscettibili di variazioni e offre una lettura più pulita della tendenza dei prezzi. Questo indicatore è salito dal 3,3 al 3,4 per cento, in linea con le attese, raggiungendo il livello più alto dal terzo trimestre del 2024.

Per la Banca centrale, il dato generale più basso non rafforza l’ipotesi di nuovi rialzi immediati dei tassi d’interesse. Ma nemmeno consente di considerare chiusa la partita. Le interruzioni legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz continuano a pesare sulle catene di fornitura globali, e il movimento dei prezzi di fondo indica che la spinta inflazionistica non si è esaurita.

I mercati hanno ridotto le scommesse su nuovi aumenti del tasso di sconto ufficiale dopo un dato sull’occupazione più debole del previsto ad aprile. Gli investitori prevedono comunque almeno un rialzo da 25 punti base entro la fine del 2026.

Harry McAuley, economista di Oxford Economics Australia, sostiene che si vedono già i primi segnali degli effetti più ampi del petrolio caro. Secondo lui, il ciclo di rialzi resta per ora sospeso, ma molto dipenderà dalla possibilità che le petroliere tornino presto a uscire dallo Stretto di Hormuz.

Anche l’economia reale manda segnali contraddittori. I lavori di costruzione edile sono aumentati del 3,4 per cento nel primo trimestre, raggiungendo 83,4 miliardi di dollari, segno che l’attività tiene nonostante tassi più alti e primi effetti della guerra in Iran.

Anders Magnusson, capo economista di BDO, vede però nel rialzo della trimmed mean inflation il dato più scomodo per la RBA. Il rallentamento della domanda conta meno, avverte, se l’inflazione resta elevata.