CANBERRA - I centri dati rischiano di rendere più difficile la transizione energetica, invece di favorirla.
È l’accusa di Greenpeace, che in un nuovo rapporto contesta le promesse ambientali del settore e chiede una moratoria sui nuovi sviluppi fino a quando non saranno garantite vere forniture aggiuntive di energia rinnovabile.
L’Australia è diventata la seconda destinazione mondiale per investimenti nei centri dati, mentre le grandi società tecnologiche cercano di soddisfare la domanda crescente di strumenti basati sull’intelligenza artificiale. Ma la potenza di calcolo richiesta comporta consumi elevati di elettricità, acqua e suolo, aprendo un confronto sempre più conflittuale tra governi, industria e gruppi ambientalisti.
Il rapporto, guidato dall’analista climatico indipendente Ketan Joshi, sostiene che le dichiarazioni del settore sulla costruzione di nuova energia pulita siano spesso non dimostrate. Secondo Greenpeace, alcuni operatori usano certificati rinnovabili che non corrispondono necessariamente a nuova energia aggiunta alla rete. Anche i contratti di acquisto di energia da impianti solari o eolici vengono messi in dubbio, perché molti progetti sarebbero già vicini alla loro conclusione e difficilmente dipenderebbero davvero dai centri dati per essere realizzati.
Per Joshi, l’idea che i centri dati stiano accelerando la transizione pulita e aiutando a raggiungere il net zero non regge, almeno nelle condizioni attuali. “Se l’industria non procede costruendo zero nuove fonti a combustibili fossili e molte più rinnovabili rispetto alla nuova domanda, finiamo peggio”, ha detto. Secondo lui, i centri dati possono aumentare la produzione da carbone e da gas, ritardare la chiusura degli impianti più inquinanti o usare direttamente generatori a gas.
Greenpeace critica in particolare i progetti che prevedono generazione a gas sul posto, compreso un impianto da 700 megawatt collegato a una proposta avanzata da NSW Cloud Carrier. Il rapporto mette anche in discussione lo status di “infrastruttura critica” concesso al settore, sostenendo che l’intelligenza artificiale stia venendo usata anche per abusi, guerra e violazioni dei diritti umani.
Data Centre Australia respinge la lettura negativa, ricordando che l’industria ha investito miliardi nella rete e nelle infrastrutture per l’acqua riciclata, rispetta le norme sull’efficienza energetica e paga per intero i costi di rete.
Il ministro dell’Energia Chris Bowen ha detto che i centri dati possono diventare un vantaggio per il sistema, se regolati bene. Tra le opzioni allo studio c’è una modifica delle regole del mercato energetico: chi vuole costruire un centro dati in Australia dovrà portare nuova energia rinnovabile, essere flessibile nei consumi e contribuire alla gestione della rete.