WASHINGTON - L’intesa raggiunta tra Stati Uniti e Iran segna la “fine immediata e permanente della guerra”. A confermarlo è il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi, secondo cui, pur restando aperti diversi dossier, si tratta di una svolta nel conflitto che ha scosso il Medio Oriente negli ultimi mesi. Secondo Teheran, con la firma definitiva prevista venerdì 19 giugno a Ginevra cesseranno le ostilità su tutti i fronti, compreso il Libano.  

In Svizzera dovrebbe essere presente il vicepresidente Usa JD Vance, che ha dichiarato di prevedere la propria partecipazione alla cerimonia e non ha escluso quella del presidente Donald Trump.  

Ad annunciare per primo l’intesa è stato il premier pachistano Shehbaz Sharif, che ha svolto un ruolo chiave di mediazione insieme al Qatar: i mediatori qatarioti hanno lasciato Teheran dopo 17 ore di intense trattative. Questa settimana Stati Uniti e Iran invieranno le delegazioni a Doha per colloqui preparatori indiretti e discussioni tecniche prima della firma.  

La conferma dell’accordo è arrivata poco dopo da Washington. “L’intesa con la Repubblica islamica dell’Iran è ora completa”, ha scritto Trump su Truth Social, annunciando la riapertura dello Stretto di Hormuz e la revoca immediata del blocco navale statunitense. L’operatività del passaggio marittimo scatterà dopo la firma, per consentire lo sminamento dell’area. “Le navi di tutto il mondo possono tornare a navigare. Lasciate scorrere il petrolio”, ha aggiunto il tycoon.  

In un colloquio con il New York Times, Trump ha precisato che il transito resterà privo di pedaggi, avvertendo però che, se Teheran non raggiungerà un’intesa definitiva sul nucleare, Washington potrebbe riprendere le operazioni militari. 

Mentre la Casa Bianca presenta l’accordo come un successo strategico, lo stato maggiore iraniano, in un comunicato diffuso dalla tv di Stato, ha rivendicato la vittoria, sostenendo che l’Iran ha “imposto la sua volontà ai nemici statunitensi”, costretti ad “accettare la sconfitta”. Il comando centrale dell’esercito iraniano, Khatam al-Anbiya, ha elogiato “il popolo iraniano, resiliente e fiero, e i suoi coraggiosi figli nelle potenti forze armate del Paese”, affermando in una nota pubblicata dall’agenzia Irna di aver “dimostrato con la forza che i nemici statunitensi e sionisti, umiliati, non hanno altra scelta che accettare la sconfitta e arrendersi”. 

Il testo dell’intesa non è stato ancora reso pubblico, ma i negoziati per l’accordo definitivo cominceranno entro 60 giorni e verteranno su quattro temi: la revoca delle sanzioni, la questione nucleare, la ricostruzione e lo sviluppo economico dell’Iran, e un meccanismo di monitoraggio degli impegni. L’agenzia iraniana Mehr ha riferito di una bozza non confermata che prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati nel corso dei 60 giorni di trattativa, metà dei quali prima dell’avvio dei colloqui. Tuttavia, Washington aveva indicato in precedenza che nessun fondo sarebbe stato scongelato finché Teheran non avrà adempiuto alla sua parte. 

Gli effetti sui mercati sono stati immediati: le quotazioni del petrolio hanno perso oltre il 5% dopo l’annuncio della riapertura dello Stretto di Hormuz, canale dove transita un quinto del commercio mondiale di idrocarburi. Le Borse asiatiche hanno reagito con forti rialzi (Tokyo +4%, Seul oltre il 5%, listini cinesi in netto territorio positivo), così come i metalli preziosi, con oro e argento in forte aumento. 

Sul percorso dell’intesa pesa l’incognita israeliana. Poco prima dell’annuncio, il Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano aveva minacciato su X una risposta “imminente” a un raid israeliano che domenica aveva provocato tre morti nella periferia sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah. Israele ha riferito di aver risposto ad attacchi di droni di Hezbollah sul proprio territorio, ma Trump ha definito l’attacco un gesto che “non sarebbe dovuto accadere, soprattutto in un giorno così particolare”, ovvero il suo ottantesimo compleanno. “Ero furioso”, ha confidato il presidente ad Axios, raccontando di aver rimproverato il premier israeliano Benjamin Netanyahu. 

La reazione del governo israeliano è stata netta. Il ministro per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha dichiarato su X che l’accordo “non vincola Israele”, che è “una nazione indipendente e sovrana” e “non è subordinata agli Stati Uniti”, aggiungendo: “Ogni volta che ci siamo arresi alla pressione internazionale a scapito della sicurezza di Israele, abbiamo pagato un prezzo in sangue con gli interessi. Lo è stato negli Accordi di Oslo, lo è stato nell’accordo in Libano nel 2006, e lo è stato in tutto il periodo di contenimento a Gaza che ci è esploso in faccia. Lo Stato di Israele non è una repubblica delle banane”. 

Le implicazioni dell’accordo saranno al centro del vertice del G7 a Evian, in Francia. Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che “l’obiettivo sarà vedere le conseguenze di questo accordo, il sostegno al Libano, la riapertura di Hormuz nel tempo e la conclusione di un’intesa sul nucleare e il balistico in Iran”. In una nota congiunta, Regno Unito, Francia, Germania e Italia si sono detti pronti a revocare le sanzioni “in risposta a misure chiare e verificabili” sul programma nucleare.  

La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha affermato che l’accordo “apre la strada a negoziati più ampi sulla pace e la sicurezza in Medio Oriente” e ha invitato le parti a rispettare la sovranità del Libano: “Non può esserci pace in Medio Oriente finché il Libano è in fiamme”. 

Anche la premier italiana Giorgia Meloni ha espresso forte apprezzamento per il memorandum: “Si tratta di un’occasione di pace che va colta. L’Italia, come già in passato, è pronta a sostenere il processo diplomatico verso un accordo complessivo. I principi sono chiari: l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare e la libertà di navigazione deve essere garantita”. Meloni ha inoltre condizionato all’autorizzazione parlamentare la disponibilità italiana “a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello Stretto di Hormuz”.  

Anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha salutato l’intesa come “un passo cruciale verso una soluzione pacifica”. 

Nonostante i toni trionfali della Casa Bianca, gli analisti statunitensi invitano alla prudenza. Il Washington Post evidenzia come Trump stia celebrando quello che a ben vedere è solo un ritorno alla normalità del 27 febbraio, il giorno prima che Stati Uniti e Israele attaccassero l’Iran. Si tratta di un risultato lontano dagli obiettivi originari di uno sforzo bellico iniziato con la promessa di aiutare i manifestanti iraniani a rovesciare il regime dopo l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei. In Iran, tuttavia, non c’è stata alcuna rivolta: nei quattro mesi di conflitto la leadership di Teheran ha resistito agli attacchi, ha bloccato Hormuz e ha creato una profonda spaccatura tra Trump e Netanyahu. 

L’approccio di Trump è radicalmente cambiato: invece del cambio di regime, l’attenzione si concentra ora sul negoziato. Il cambio di sistema politico “non mi è mai importato”, ha confessato ieri il presidente al Wall Street Journal, definendo l’attuale leadership iraniana “il terzo gruppo con cui abbiamo avuto a che fare, ed è il gruppo più razionale finora”. 

I termini più delicati sul programma nucleare (come la moratoria sull’arricchimento dell’uranio e il destino delle scorte accumulate dopo che, nel 2018, Trump stracciò l’accordo dell’era Obama) restano da affrontare e inizieranno solo dopo la revoca del blocco navale.  

Dan Shapiro, ex ambasciatore in Israele ed esperto di questioni iraniane, ha espresso forte scetticismo su X: “L’Iran sa come prolungare questi negoziati e cercare di ottenere concessioni lungo il percorso. È possibile che non si raggiunga alcun accordo, ed è molto probabile che, se se ne raggiungerà uno, sarà peggiore di quello che avremmo potuto ottenere attraverso la diplomazia prima della guerra. L’apertura dello Stretto di Hormuz è il risultato più importante di questo accordo. L’Iran ha trasformato un potenziale strumento di pressione teorico in uno molto concreto e potente, imponendo costi all’economia globale e mettendo in difficoltà il presidente Trump”. 

Anche la Cnn sottolinea che, pur essendo positivo l’accordo per porre fine a un conflitto che ha causato la morte di 13 militari statunitensi, di civili iraniani e ha travolto il Libano, la scarsità di dettagli pone Trump di fronte a tre interrogativi immediati che determineranno la sua eredità presidenziale. Ci si chiede anzitutto se l’apertura dello Stretto e la fine del blocco indichino solo un ritorno allo status quo prebellico, dato che la cruciale questione nucleare è ancora del tutto irrisolta.  

Resta poi da capire se Trump sia davvero più vicino a raggiungere un accordo sul nucleare superiore al patto internazionale del 2015 negoziato dall’amministrazione Obama, che l’Iran rispettava finché il tycoon non lo ha stracciato nel suo primo mandato. Infine, l’ultimo grande interrogativo riguarda se, al di là di un ridimensionamento delle capacità militari convenzionali dell’Iran, una guerra non voluta dalla maggioranza dei cittadini Usa e che ha causato sofferenze globali abbia alla fine raggiunto risultati tali da giustificarne gli enormi costi.