CANNES - Molti dei nostri lettori ricorderanno sicuramente Barbapapà, il celebre personaggio nato dalla fantasia di Annette Tison e Talus Taylor che ha accompagnato l’infanzia di intere generazioni. Pochi, però, immaginerebbero che proprio uno di quegli episodi possa contribuire a orientare una vocazione professionale destinata a portare una bambina del Molise fino alla Costa Azzurra francese. Eppure, è da lì che Virginia Rossi, oggi dottoressa veterinaria e proprietaria della Clinica Veterinaria Etoile di Cannes, ama far cominciare il racconto della propria storia.

“Nel secondo episodio Barbapapà è triste, tutti pensano sia malato e lo portano da un medico, ma non uno qualsiasi: lo portano da un veterinario”, ricorda sorridendo. “Per una bambina di quattro anni era una parola difficilissima. Da allora questa è diventata la mia vocazione: per il piacere di pronunciare una parola difficile e perché curare Barbapapà sarebbe stato un lavoro fighissimo”.

Nata e cresciuta in Molise, formata alla Federico II di Napoli, Virginia Rossi appartiene a quella generazione di professionisti italiani che hanno attraversato confini non per recidere le proprie radici, ma per metterle alla prova in un altro sistema, in un’altra lingua, in un’altra cultura del lavoro. Il suo percorso non è stato lineare, e lei stessa lo racconta ricorrendo ad Antonio Tabucchi, quando dice che “la vita è surrettizia e raramente mostra in superficie le sue ragioni, e invece il suo vero percorso avviene in profondità, come un fiume carsico”. Immagine che ben si adatta a una traiettoria iniziata con la passione per la ricerca, passata per un internato universitario dedicato alla neoangiogenesi embrionale studiata al microscopio elettronico a scansione, e poi approdata, quasi per deviazione e insieme per destino, alla clinica dei piccoli animali.

In quella deviazione, tuttavia, non c’è mai stata rinuncia alla scienza, perché per la dottoressa Rossi la medicina veterinaria non nasce da un sentimento generico verso gli animali, ma da uno stupore antico e rigoroso davanti alla vita, dalle “coccinelle, le api e le formiche prima ancora dei cani e gatti”, fino alle lucciole viste in un campo di grano in una notte di giugno, primo incontro consapevole con il mondo animale e forse anche con il desiderio, quasi ossessivo, di comprenderne il funzionamento.

Per questo, quando le si chiede quanto conti l’emozione in un mestiere che il pubblico associa spesso alla tenerezza e all’amore per gli animali, lei risponde con una formula che rovescia ogni sentimentalismo: “L’amore non basta”, dice richiamando Bruno Bettelheim, perché ciò che vale per un buon genitore vale anche per un buon veterinario, e davanti a un caso clinico “servono il rigore della conoscenza, una zolletta di logica combinatoria e un briciolo salvifico di intuizione”.

È qui che si coglie meglio la sua identità professionale: la cura come indagine, la diagnosi come responsabilità, la medicina come pratica che non può accontentarsi della commozione, perché “non c’è vera cura senza una diagnosi e questa sfida è il carburante della mia passione”; e se oggi la Clinique Vétérinaire Étoile si presenta come un centro luminoso, moderno, dotato di strumenti diagnostici e servizi che spaziano dalla medicina interna alla chirurgia, dalle cure dentarie alla diagnostica per immagini, dal laboratorio all’ospedalizzazione e alle urgenze, dietro quella struttura c’è una visione che non separa l’innovazione tecnologica dalla relazione individuale con ogni animale e con la sua famiglia.

Della formazione italiana, Rossi conserva un giudizio netto e riconoscente: “La Federico II mi ha dato metodo, infliggendo un duro studio teorico, fondamenta solide per poter costruire qualcosa di serio”, afferma, distinguendo tra il sapere che orienta e la tecnica che si impara sul campo, e ricordando con gratitudine Antonio Di Somma, veterinario e mentore, anche lui emigrato, oggi a Dubai. La pratica, spiega, è fondamentale per i giovani veterinari, ma “è come imparare ad andare in bicicletta”, mentre lo studio “ti dà il codice della strada e ti permette di comprendere i pannelli di direzione”.

Accanto alla scienza, però, ci sono i libri, per lei strumenti di formazione dello sguardo: da Tison e Taylor, gli autori di Barbapapà, a David Attenborough, Konrad Lorenz e Roger Fouts, fino alla letteratura scientifica che continua ad accompagnarla nel quotidiano, con un’attenzione ai fenomeni globali. E se per la veterinaria le letture hanno affinato curiosità e consapevolezza, per l’imprenditrice sono state importanti l’autobiografia di Steve Jobs e quella di Phil Knight, due figure lontane dal mondo clinico ma accomunate da un’idea di impresa come costruzione ostinata, identitaria, non puramente amministrativa.

È proprio sul terreno dell’impresa che la storia di Virginia Rossi assume una risonanza più ampia per le comunità italiane all’estero, perché la sua clinica nasce e cresce in Francia in un momento in cui molte strutture veterinarie entrano nell’orbita di grandi gruppi finanziari, e la scelta di restare indipendente diventa un’affermazione culturale: “essere indipendente è una scelta di libertà”, dice, consapevole che quella libertà ha un costo concreto, perché “nel bilancio la voce leasing per gli investimenti in materiale è tutta e solo per me”, ma convinta che la presenza di finanziatori finirebbe per aggiungere “una voce in più alla fattura” e quindi una distanza tra la veterinaria e quel mondo fragile e prezioso fatto, da un lato, di “code scodinzolanti, zampette, tartufi umidi, vibrisse” e, dall’altro, di emozioni, affetto, preoccupazioni familiari.

In questa distanza che lei rifiuta risiede probabilmente il senso più profondo della sua indipendenza: la difesa di una prossimità professionale, di un rapporto fiduciario che i clienti riconoscono quando la chiamano “veterinaria di famiglia”, espressione che Virginia accoglie con pudore, perché “in qualche modo gli appartengo”.

Nel suo racconto, etica e profitto non appaiono come poli inconciliabili, ma come dimensioni che possono convivere se l’impresa non perde il proprio centro umano, e quando parla ai giovani laureati lo fa quasi con il desiderio di restituire una possibilità: se questa storia potesse aiutarli “a spiegare le ali, spiccare il volo e costruire un nido tutto loro”, dice, ne sarebbe felice, perché anche l’imprenditoria, per chi emigra, è una forma di radicamento, un modo per trasformare competenze, sacrifici e spaesamento in un luogo riconoscibile.

La Francia, da questo punto di vista, le ha offerto un contesto in cui la creazione d’impresa è sostenuta da servizi rapidi e norme chiare, pur dentro un sistema che lei definisce perfettibile e che potrebbe crescere ancora attraverso una maggiore semplificazione delle pratiche e una riduzione del costo del lavoro, strumenti che per chi fa impresa possono diventare “un volano della crescita economica”; ma l’esperienza francese non ha cancellato la sua impronta italiana, anzi l’ha resa più visibile, perché tra Napoli e la Costa Azzurra corre lo stesso Mediterraneo e insieme una diversa cultura professionale, e alla domanda se le sia mai capitato di riconoscere nel proprio modo di lavorare, decidere e rapportarsi ai clienti qualcosa di profondamente italiano, Rossi risponde senza esitazioni: “Profondamente, assolutamente italiano… lo confesso”.

Questa italianità non è folklore, ma un modo di stare nella relazione, di tenere insieme competenza e ascolto, perché il veterinario contemporaneo non cura soltanto animali, ma attraversa anche ansie, aspettative, sensi di colpa e talvolta conflitti familiari. “Ascolto e mediazione sono fondamentali, non puoi farne a meno”, osserva Virginia, ricordando che la fiducia richiede tempo e che quando i clienti le dicono “on vous fait confiance”, affidandole carta bianca, lei sa bene che quella frase non è un automatismo ma il risultato di una costruzione paziente, in cui la fiducia “tien per mano ascolto e bienveillance” e va meritata ogni giorno.