PRATO - Una banca clandestina capace di muovere tra gli 80 e i 100 milioni di euro l’anno senza lasciare tracce, per pagare partite di droga, merci vendute in nero e traffici legati all’immigrazione clandestina. È quanto hanno scoperto a Prato gli investigatori coordinati dalla Dda di Firenze e dalla Procura di Prato. 

Il gip ha disposto il sequestro di 60 milioni di euro e 41 misure cautelari: 17 persone sono finite in carcere e 16 agli arresti domiciliari. Secondo l’accusa, della struttura finanziaria illegale avrebbero usufruito tre diverse associazioni a delinquere: una impegnata nel riciclaggio dei proventi della droga, una nel traffico internazionale di stupefacenti e una nell’immigrazione clandestina di cittadini cinesi. 

Sarebbe stato utilizzato il sistema di pagamento informale conosciuto come “hawala”, diffuso in diversi contesti internazionali e noto in Cina come “chop-shop”, basato su intermediari e compensazioni tra crediti e debiti, che consente di trasferire denaro senza passaggi bancari tracciabili. 

Secondo gli investigatori, il sistema era usato da gruppi criminali italiani, cinesi e albanesi. La Dda descrive un’organizzazione dotata di “elevata professionalità e pericolosità”, in grado di garantire servizi finanziari sia per il narcotraffico sia per le transazioni in nero tra aziende, molte cinesi. 

La capacità operativa della banca clandestina, tra movimenti collegati al traffico internazionale di droga e reati fiscali, viene stimata in 80-100 milioni di euro l’anno per almeno tre anni. 

Al centro del sistema, secondo la Procura, c’era una rete di corrieri e raccoglitori di denaro sporco che si muovevano tra Italia e altri Paesi europei, in particolare Spagna, Francia e Portogallo, per concretizzare i pagamenti.  

Le compensazioni avvenivano anche utilizzando i flussi di cassa in nero delle aziende tessili cinesi del pronto moda. 

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il vertice dell’organizzazione agiva con modalità simili a quelle di broker finanziari, e avrebbe avuto una stretta connessione d’affari con gruppi albanesi interessati a riciclare i proventi del narcotraffico. 

Il gip ha ravvisato anche l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, visto che tra i soggetti che avrebbero utilizzato i servizi di pagamento figurano i Briganti di Lecce, gruppo legato alla Sacra Corona Unita, la ’ndrina Fiare-Razionale-Gasparro di San Gregorio del Vibonese e il clan camorristico Aquino-Annunziata. 

Un altro filone dell’inchiesta riguarda l’immigrazione clandestina dalla Cina. Secondo gli investigatori, infatti, un gruppo di cittadini cinesi avrebbe organizzato l’ingresso illegale di connazionali sfruttando la rotta balcanica. I migranti arrivavano in Serbia, venivano alloggiati in hotel cinesi a Belgrado e poi accompagnati in Italia attraverso Ungheria e Slovenia. 

Le destinazioni finali erano Prato, Torino e Sommacampagna, in provincia di Verona. Per ogni migrante, secondo l’accusa, il gruppo avrebbe incassato 9.500 euro.