WASHINGTON - L’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran per la fine delle ostilità è già al centro di interpretazioni divergenti che alimentano dubbi sul reale contenuto del testo e sui futuri equilibri nel Medio Oriente. In un’intervista rilasciata al New York Times, il presidente Usa Donald Trump ha rivendicato il successo dell’operazione, assicurando che l’intesa ha garantito che il transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz sia “permanentemente esente da pedaggi”.
Da Teheran arrivano però versioni opposte. Secondo quanto reso noto dall’agenzia iraniana Fars, che cita fonti informate, la Repubblica Islamica avrebbe inserito all’ultimo momento una clausola sulla sovranità dello Stretto. “Nella fase finale dei negoziati, il testo del memorandum di intesa è stato corretto per sottolineare in modo chiaro ed esplicito la questione della sovranità dell’Iran e dell’Oman sullo Stretto di Hormuz. L’impiego del termine ‘servizi marittimi’ significa che gli Stati Uniti hanno accettato che saranno pagati all’Iran”, ha spiegato la fonte.
Al momento, il testo ufficiale del memorandum non è ancora pubblico, ma diverse indiscrezioni indicano che la sospensione dei pedaggi potrebbe essere limitata a soli 60 giorni, rinviando la gestione definitiva a un successivo dialogo regionale. Poiché l’Iran non aveva mai imposto tasse di transito prima del conflitto, Trump starebbe di fatto celebrando un semplice ritorno allo status quo prebellico.
Durante il colloquio con il quotidiano statunitense, il tycoon ha rivendicato con forza il proprio operato geopolitico, sostenendo di aver salvato Israele dall’annientamento nucleare, nonostante le forti obiezioni del primo ministro Benjamin Netanyahu sulla conduzione delle trattative. Il presidente statunitense ha aspramente criticato il premier israeliano, accusandolo di aver sferrato attacchi che hanno quasi fatto deragliare le trattative finali: “È un tipo molto difficile e ad essere onesti, dovrebbe esserci molto grato. Perché se l’Iran avesse avuto un’arma nucleare, Israele non esisterebbe più dopo due ore”.
Trump ha invece riservato parole d’elogio per il presidente cinese Xi Jinping, definito “un vero gentiluomo” per la sua condotta durante la crisi. Il leader di Pechino è stato lodato per “non aver tentato di rompere il blocco inviando una petroliera, insieme a 20 cacciatorpediniere su ogni lato, per tentare di rompere il blocco”, una mossa che avrebbe rischiato di innescare uno scontro militare diretto tra la marina statunitense e quella cinese.
In perfetto stile transazionale, il presidente ha illustrato gli scenari in caso di fallimento del percorso diplomatico. Se venerdì prossimo in Svizzera l’Iran non dovesse firmare l’accordo nucleare definitivo, Trump si dice pronto a riprendere immediatamente i bombardamenti, trasformando però la presenza statunitense nella regione. L’idea del tycoon è rendere gli Stati Uniti i “guardiani del Medio Oriente” in cambio del 20% delle entrate della regione.
Come sottolineato dal New York Times, questa visione di fatto convertirebbe l’ombrello protettivo e nucleare statunitense in una sorta di forza mercenaria a pagamento per profitto, ribaltando la dottrina diplomatica del secondo dopoguerra volta a garantire la sicurezza globale come bene comune. Incalzato dai giornalisti sulla reale fattibilità di questo piano (e se avesse già ottenuto il consenso di alleati chiave del Golfo come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti) Trump non ha risposto direttamente, limitandosi a chiarire che la discussione è appena agli inizi e che tale opzione scatterebbe solo se l’Iran decidesse di rimanere un avversario.
Rispetto ai toni bellicosi di inizio conflitto, quando esortava la popolazione iraniana a insorgere e a rovesciare il regime subito dopo i raid aero-navali, Trump ha mostrato un approccio decisamente mutato, descrivendo l’attuale leadership di Teheran e il nuovo leader supremo, l’Ayatollah Mojtaba Khamenei, come figure “pragmatiche”.
Il presidente ha ammesso le sue passate dichiarazioni sui dissidenti, osservando tuttavia che il popolo iraniano non aveva accesso alle armi e sarebbe stato massacrato se avesse tentato una rivolta. Ha però aggiunto che se i leader di Teheran dovessero uccidere i manifestanti in futuro, questo impedirebbe loro di ottenere il pieno alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco dei 25 miliardi di dollari di fondi congelati. Questa clausola sui diritti umani, tuttavia, non trova al momento riscontri nel testo del memorandum d’intesa, confermando come Trump stia già parlando di concessioni che l’Iran non ha formalmente accettato o che sono state rimandate ai tavoli futuri.
Il presidente ha infine paragonato la nuova intesa al Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) siglato da Barack Obama nel 2015, assicurando che, a differenza del precedente storico da lui stracciato nel primo mandato, il suo nuovo memorandum garantirà con assoluta certezza che l’Iran “non può sviluppare o acquistare un’arma nucleare”.