WASHINGTON - Kevin Warsh, il neopresidente della Federal Reserve fortemente voluto alla guida dell’istituto da Donald Trump, si prepara a presiedere domani e mercoledì la sua prima riunione del Fomc (Federal Open Market Committee). Il debutto sulla poltrona più alta del comitato di politica monetaria lo proietta subito nella classica e scomoda posizione tra l’incudine e il martello: sebbene l’inflazione sia ai massimi da tre anni, Warsh continua infatti a subire forti pressioni dalla Casa Bianca per abbassare i tassi di interesse. 

L’esito del vertice dei 12 membri del comitato appare abbastanza scontato per gli analisti: i tassi dovrebbero restare invariati tra il 3,50% e il 3,75%. Un compromesso utile a non scontentare nessuno, che riflette però le profonde spaccature interne. Da un lato, diversi esponenti della Fed hanno espresso pubblicamente preoccupazione per il rialzo dei prezzi, dicendosi favorevoli a futuri ritocchi all’insù. Al contrario, il tycoon spinge per un taglio netto, convinto che il denaro meno caro possa favorire i consumatori e rafforzare l’economia Usa. 

Questo delicato equilibrio si inserisce in uno scenario globale complesso, con le ripercussioni del conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran che pesano sulla prima economia del mondo. Proprio prima che i prezzi dell’energia schizzassero alle stelle lo scorso febbraio, i mercati avevano già scontato almeno un taglio dei tassi entro la fine del 2026. In precedenza, erano stati i dazi a far aumentare i prezzi, soprattutto negli Usa; ora, secondo lo strumento FedWatch del Cme, le nuove spinte inflazionistiche alimentate dalla guerra indicano invece un possibile aumento dei tassi entro dicembre. 

Warsh, che ha prestato giuramento il mese scorso ereditando il duplice mandato della Fed (mantenere l’inflazione al target del 2% e garantire la massima occupazione), si presenta con un’agenda di riforme ambiziosa e di ampio respiro. Sebbene in passato abbia espresso posizioni vicine alle richieste di Trump sui tassi bassi, dovrà fare i conti con un comitato tutt’altro che unanime.  

Già nell’ultima riunione di aprile si erano registrate quattro voci di dissenso sul mantenimento dello status quo: il numero più alto dal 1992. Il dibattito di giugno si preannuncia quindi serrato, incentrato soprattutto sull’opportunità di modificare le linee guida (forward guidance) e sulla traiettoria della prossima mossa. 

“È stato nominato su consiglio di Trump, probabilmente perché Trump lo stava influenzando affinché tagliasse i tassi”, ha dichiarato all’Afp Dan North, economista senior di Allianz Trade. “Non credo che sarà in grado di farlo ora, soprattutto alla luce dei dati sull’inflazione e sulla crescita dell’occupazione, e di quanto espresso dai membri del Fomc con i loro dissensi nell’ultima riunione”. 

Il Fomc decide a maggioranza e Warsh, per far passare un eventuale taglio, dovrebbe convincere almeno sei membri a schierarsi con lui. Durante l’udienza di conferma, il neopresidente aveva dichiarato di preferire “riunioni più caotiche”, in cui i membri potessero avere “un sano scontro in famiglia”.  

Una stretta monetaria finirebbe inevitabilmente per infuriare Trump. Il presidente ha già lanciato un attacco senza precedenti all’indipendenza dell’istituto, promuovendo un’indagine penale contro il predecessore di Warsh, Jerome Powell, e tentando di licenziare la governatrice Lisa Cook. Eppure, commentando i solidi dati sull’occupazione della scorsa settimana, il tycoon (pur ribadendo di volere tassi più bassi) ha affermato che avrebbe lasciato a Warsh “la decisione”. 

Sul fronte della comunicazione interna, Greg Daco, capo economista di EY-Parthenon, ritiene improbabile che il nuovo timoniere tenti stravolgimenti immediati durante questa prima sessione conoscitiva. Warsh ha proposto a lungo termine di ridurre la quantità di informazioni comunicate dalla Fed, azzerando le proiezioni e le linee guida sul futuro della politica monetaria. “In questa prima riunione, presumo che non pubblicherà le sue proiezioni, ma non necessariamente cambierà il modo in cui vengono pubblicate”, specifica Daco. 

Mentre il mercato si interroga se questa fiammata dei prezzi sia temporanea o strutturale, gli esperti invitano alla prudenza. “Ritardare gli aumenti dei tassi è oggi più rischioso di quanto non lo fosse quando l’economia è uscita dalla pandemia”, ha ammonito Diane Swonk, capo economista di Kpmg. “La persistenza dell’inflazione è la realtà con cui Warsh si è trovato a dover fare i conti; nulla può farla scomparire”. Quanto alla possibilità che il presidente della Fed ceda alla Casa Bianca, secondo Daco “è qualcosa che dovrà essere verificato. A dire il vero, non credo che lo sappiamo ancora con certezza”.  

Un quadro più cauto arriva infine dai mercati finanziari. Secondo Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, “l’attuale contesto evidenzia come la chiusura dello Stretto di Hormuz abbia finora avuto effetti più contenuti sui prezzi energetici rispetto ai timori iniziali, mentre i mercati sembrano continuare a incorporare la prospettiva di una graduale normalizzazione dei flussi energetici attraverso l’area, favorita dal possibile allentamento delle tensioni in Medio Oriente. Alla luce di questi sviluppi, appare improbabile che la Federal Reserve proceda a un aumento dei tassi nel corso della prossima riunione, scenario che trova ampio consenso anche nelle attese di mercato”. 

Tuttavia, lo sguardo resta rivolto al futuro. Secondo quanto dichiarato da Flax, “particolare attenzione sarà rivolta all’orientamento del nuovo presidente Kevin Warsh. Sebbene Donald Trump abbia più volte espresso la preferenza per tassi d’interesse più bassi, il livello attuale dell’inflazione rende difficile individuare, nel breve termine, condizioni compatibili con una riduzione del costo del denaro. Le aspettative degli investitori indicano oggi un rialzo dei tassi di 25 punti base entro la fine dell’anno, in netto contrasto con le previsioni di tagli che prevalevano all’inizio del 2026”.