TEHERAN - In occasione del 30 aprile, Giorno nazionale del Golfo Persico, il Leader Supremo iraniano Mojtaba Khamenei ha rilasciato una dura dichiarazione scritta in cui definisce la presenza statunitense nella regione come il principale fattore di instabilità.
Nel messaggio, letto dalla televisione di Stato, Khamenei annuncia l’inizio di una “nuova era” geopolitica, nata da quella che definisce l’umiliante sconfitta degli Stati Uniti dopo la grande mobilitazione militare nello Stretto di Hormuz.
Khamenei, subentrato alla guida del Paese dopo la morte del padre Ali nel raid del 28 febbraio, ha ribadito che le capacità nucleari e missilistiche dell’Iran non sono oggetto di negoziazione, ma rappresentano un “tesoro nazionale”, al pari del territorio e dello spazio aereo.
“Novanta milioni di iraniani considerano tutte le capacità dell’Iran (dalle nanotecnologie alle biotecnologie, fino alle capacità nucleari e missilistiche) come beni nazionali indissolubili. Le proteggeremo con lo stesso onore con cui proteggiamo la nostra terra.”
Nonostante la fermezza del messaggio, diverse fonti giornalistiche sottolineano che Mojtaba Khamenei non è più apparso in pubblico dall’insediamento, alimentando le voci secondo cui sarebbe rimasto gravemente ferito nell’attacco che ha ucciso il suo predecessore.
Il leader iraniano ha legato l’attuale resistenza alla storia secolare del Paese, citando la cacciata dei portoghesi e il contrasto al colonialismo britannico e olandese come precedenti storici della lotta contro le “potenze arroganti”.
Khamenei ha affermato che le basi Usa nella regione non sono in grado di proteggere nemmeno se stesse, dichiarando che l’unico posto in cui gli statunitensi dovrebbero trovarsi nel Golfo Persico è sul fondo delle sue acque e aggiungendo che il futuro della regione sarà senza gli Stati Uniti.
Teheran sostiene inoltre che le nuove norme imposte sullo Stretto di Hormuz garantiranno pace e benefici economici a tutti i vicini del Golfo e dell’Oman, a patto che le potenze straniere, accusate di venire da migliaia di chilometri per seminare caos, abbandonino l’area.
Le dichiarazioni di trionfo e sovranità di Khamenei contrastano però drammaticamente con le notizie che giungono dal fronte economico interno. Mentre il Leader parla di “prosperità e progresso”, l’Iran è costretto a misure d’emergenza senza precedenti, a partire dal blocco delle esportazioni di materie prime fondamentali, come l’acciaio, sospese a causa dei danni strutturali alle fabbriche e del blocco navale statunitense che impedisce il passaggio delle navi.
Parallelamente, l’industria del greggio si trova sull’orlo del baratro poiché l’impossibilità di vendere il petrolio sta esaurendo rapidamente la capacità di stoccaggio del Paese, mettendo a rischio l’intero sistema estrattivo. Teheran si trova così nel pieno di un’economia di guerra, segnata da una drastica riduzione dei consumi energetici e dalla paralisi dei porti che impedisce l’afflusso di entrate valutarie.
Khamenei conclude la sua dichiarazione profetizzando che la “politica di resistenza” porterà a una reconfigurazione dell’ordine internazionale riguardante la sicurezza delle rotte energetiche. Secondo il Leader, il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz è una “benedizione di Dio” che favorirà i popoli della regione, “anche se agli infedeli non piace”.