ROMA - L’Italia arretra nella classifica mondiale sulla libertà di stampa: nel 2026 si colloca al 56° posto su 180 Paesi secondo Reporters sans frontières (Rsf), perdendo sette posizioni rispetto al 49° posto dell’anno precedente.
Nel rapporto, l’organizzazione con sede a Parigi evidenzia come il lavoro dei giornalisti continui a essere condizionato da pressioni e rischi su più fronti. Tra le principali minacce vengono indicati le organizzazioni mafiose - soprattutto nel Sud - e gruppi estremisti responsabili di episodi di violenza.
Ma i giornalisti segnalano anche tentativi da parte della politica di limitare l’informazione, in particolare sulla cronaca giudiziaria, attraverso norme definite “leggi bavaglio”, che si sommano al ricorso diffuso alle cosiddette querele temerarie (Slapp), utilizzate per scoraggiare o intimidire l’attività giornalistica.
Secondo Rsf, questo contesto favorisce anche fenomeni di autocensura: molti professionisti evitano di affrontare determinati temi sia per la linea editoriale delle testate sia per il timore di azioni legali. Una situazione che potrebbe aggravarsi proprio per chi si occupa di giustizia.
Nel mirino dell’organizzazione anche il servizio pubblico: la Rai, si legge nel rapporto, sarebbe esposta a “crescenti interferenze dirette” con il rischio di diventare uno strumento di comunicazione politica. Allo stesso tempo, una “paralisi legislativa” impedirebbe l’approvazione di riforme utili a rafforzare le tutele per la libertà di informazione.
Pesano inoltre le condizioni di lavoro: la precarietà diffusa tra i giornalisti viene indicata come un fattore che indebolisce indipendenza e qualità del sistema mediatico.
Il quadro è aggravato da un clima di crescente polarizzazione politica e sociale, che si traduce spesso in aggressioni verbali e fisiche durante eventi pubblici. I cronisti che indagano su mafia e corruzione restano tra i più esposti, e per loro minacce, intimidazioni e campagne di odio online sono frequenti. Circa una ventina di giornalisti in Italia vive oggi sotto protezione permanente delle forze dell’ordine.