TEHERAN - Il fragile cessate il fuoco siglato lo scorso 8 aprile si è bruscamente infranto sotto i colpi di una massiccia ondata di attacchi reciproci tra Israele e Iran. La nuova escalation è scattata a seguito di un raid israeliano sui sobborghi meridionali di Beirut, in Libano, a cui Teheran ha risposto domenica sera con il lancio di missili balistici e con un attacco rivendicato contro un impianto chimico ad Haifa.  

La contro-risposta dello Stato ebraico è arrivata alle prime luci dell’alba: sfidando i tentativi di dissuasione degli alleati, l’aviazione di Tel Aviv ha condotto un massiccio raid diretto sul suolo della Repubblica Islamica (il primo dallo scorso aprile), colpendo siti di lancio missilistici e un importante impianto petrolchimico a circa 1.300 chilometri di distanza. 

A bloccare l’allargamento del conflitto a una guerra totale è stato il tempestivo e perentorio intervento di Donald Trump. Il presidente statunitense ha lanciato un duro appello pubblico tramite i social, intimando alle parti di “smettere immediatamente di sparare”, e ha successivamente avuto un nuovo colloquio telefonico con il premier Benjamin Netanyahu per esercitare pressioni dirette sul governo israeliano. 

Il doppio monito della Casa Bianca ha prodotto una svolta improvvisa nelle ore successive. Fonti diplomatiche israeliane, riprese dai media locali, hanno confermato che il governo Netanyahu ha accettato di sospendere le offensive aeree su Teheran.  

Quasi contemporaneamente, un segnale di distensione è giunto anche dalla Repubblica Islamica: il comando militare iraniano Khatam al-Anbiya e i Pasdaran hanno annunciato che le operazioni contro lo Stato ebraico sono da considerarsi terminate, rivendicando di aver già inflitto una “risposta dolorosa” ai raid nemici. Attraverso una rete di mediatori internazionali, Washington e Tel Aviv hanno quindi informato Teheran che non vi saranno ulteriori bombardamenti se anche l’Iran manterrà il cessate il fuoco. 

La tregua resta tuttavia precitata e legata a doppio filo al fronte libanese. Il comando militare iraniano e il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Ali Safari, hanno chiarito che qualsiasi accordo duraturo non potrà prescindere dallo stop alle operazioni israeliane contro Hezbollah. Il regime ha lanciato un preciso avvertimento: in caso di nuovi bombardamenti sul Libano o sulla capitale Beirut, la reazione delle forze iraniane sarà immediata e molto più dura. 

A complicare il quadro della sicurezza regionale si aggiunge la reazione degli alleati dell’asse scita. I ribelli Houthi dello Yemen hanno infatti annunciato il divieto assoluto di transito nel Mar Rosso per tutte le navi israeliane o dirette verso i porti dello Stato ebraico, minacciando di colpire i mercantili e di estendere il blocco marittimo fino allo stretto di Bab al-Mandab, una mossa che fa temere il ritorno a gravi paralisi del commercio globale.  

Infine, l’attenzione dell’intelligence internazionale è rivolta in queste ore verso i palazzi del potere di Teheran. Secondo diverse fonti di sicurezza, da ieri sera si sarebbero improvvisamente interrotte tutte le comunicazioni tra la nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, e gli alti funzionari dell’apparato statale e militare del Paese. Un black-out informativo che aggiunge un elemento di profonda incertezza sulla reale catena di comando del regime in questo delicatissimo passaggio geopolitico.