WASHINGTON - La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che ordina il ritiro delle truppe dalla guerra contro l’Iran, lanciando una sfida aperta alla linea del presidente Donald Trump, che aveva coinvolto l’esercito nel conflitto lo scorso 28 febbraio.
La mozione, promossa dai Democratici, punta a congelare le ostilità fino a quando il Congresso non autorizzerà formalmente una ripresa delle operazioni. Tuttavia, il voto ha una portata soprattutto simbolica: per diventare effettiva, la risoluzione dovrebbe superare il diritto di veto del capo della Casa Bianca.
L’aula della Camera ha approvato il documento con una maggioranza risicata: 215 voti favorevoli e 208 contrari. Decisivo, per il superamento della linea del partito, il posizionamento di quattro legislatori repubblicani che hanno votato a favore insieme alla minoranza democratica.
La reazione del presidente non si è fatta attendere. Affidando il proprio sfogo al social network Truth, Trump ha liquidato l’iniziativa come un attacco personale e un sabotaggio diplomatico: “Con una votazione insignificante, la Camera ha votato, con 4 repubblicani corrotti e tutti i democratici, per limitare i miei poteri di guerra, proprio nel bel mezzo delle trattative finali per porre fine alla guerra con la Repubblica Islamica dell’Iran. Chi mai farebbe una cosa così antipatriottica? Sanno a che punto sono le trattative. I democratici sono alimentati dalla sindrome anti-Trump. Preferirebbero che il nostro Paese fallisse piuttosto che concedermi un’altra, tra le tante, vittorie. I quattro repubblicani, beh, questa è tutta un’altra storia: dovrebbero vergognarsi. MAGA!!!”
Nonostante i toni duri usati in pubblico, sul piano strategico Trump starebbe adottando una postura marcatamente prudente. Secondo quanto rivelato da funzionari statunitensi al Wall Street Journal, il presidente avrebbe confidato privatamente ai suoi collaboratori di voler preservare a tutti i costi l’attuale cessate il fuoco con l’Iran.
La Casa Bianca sarebbe disposta a ordinare una nuova campagna militare su larga scala e a interrompere la tregua soltanto nel caso in cui le azioni di Teheran provocassero la morte di soldati statunitensi. La riluttanza del presidente a riaccendere il conflitto suggerisce una chiara volontà di tollerare piccoli picchi di tensione, scaramucce regionali e attacchi limitati per settimane o persino mesi, pur di evitare una guerra totale in Medio Oriente. Di conseguenza, l’amministrazione continua a interpretare gli scontri proseguiti nelle ultime settimane come reazioni circoscritte e non come una formale ripresa delle ostilità.
Da Teheran è arrivata la risposta della Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, che secondo le dichiarazioni dello stesso Trump risulta sempre più coinvolto nei canali negoziali. In un messaggio letto durante le celebrazioni per l’anniversario della scomparsa di Ruhollah Khomeini, il leader iraniano ha inquadrato lo scontro con Washington come una battaglia esistenziale e identitaria, e non come una semplice disputa militare.
“Il sistema di dominio, guidato dagli Usa, ha un problema con questa nazione e con la sua identità distinta e inflessibile”, si legge nel testo. Khamenei ha denunciato una strategia psicologica portata avanti dagli Stati Uniti e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, affermando che il fronte avversario, dopo aver subito una “bruciante sconfitta” sul campo di battaglia, starebbe ora concentrando i propri sforzi su una “guerra ibrida”.
Gli obiettivi di questa strategia sarebbero l’indebolimento della resilienza interna e la creazione di divisioni attraverso la diffusione di “dubbi, disperazione, paura, sospetto e divisione”. La Guida Suprema ha quindi esortato cittadini e istituzioni a rispondere compatti, avvertendo che “qualsiasi azione che provochi pessimismo e disillusione tra la gente costituisce una forma di assistenza al nemico di questo Paese e del suo popolo”.