PECHINO - Non più soltanto miniere africane da cui estrarre materie prime da spedire verso la Cina, ma impianti per trasformarle sul posto, porti collegati alle reti ferroviarie e stradali, sistemi logistici, software, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali.

Il rapporto economico tra Pechino e il continente africano sta cambiando rapidamente, adattandosi alla volontà di un numero crescente di governi locali di trattenere una parte maggiore del valore generato dalle proprie risorse naturali. 

Per decenni il modello dominante è stato relativamente semplice: estrazione del minerale, trasporto verso un porto ed esportazione del prodotto grezzo. Oggi Paesi come Zimbabwe, Namibia, Mozambico, Ghana e Guinea stanno cercando di smantellare questo schema, imponendo restrizioni all’esportazione di materie prime non lavorate e obbligando le compagnie minerarie straniere, comprese quelle cinesi, a investire nella trasformazione in loco.

Di conseguenza, le società di Pechino non si limitano più a estrarre litio, bauxite o grafite, ma costruiscono stabilimenti per trasformare il litio dello Zimbabwe in solfato o carbonato, la bauxite della Guinea in allumina e la grafite del Mozambico in materiali destinati alle batterie. 

“La Cina considera sempre più l’Africa uno dei pochi grandi spazi rimasti in cui espansione industriale, urbanizzazione, sviluppo delle infrastrutture e crescita dei consumi possono ancora procedere contemporaneamente per decenni”, ha spiegato al South China Morning Post Carlos Lopes, professore alla Nelson Mandela School of Public Governance dell’Università di Città del Capo.

L’Africa sta diventando agli occhi di Pechino qualcosa di più di un semplice fornitore periferico: un possibile polo industriale e commerciale collocato tra blocchi economici sempre più frammentati. 

La trasformazione è particolarmente evidente nello Zimbabwe. Prospect Lithium Zimbabwe, controllata dalla cinese Zhejiang Huayou Cobalt, ha iniziato ad aprile a esportare le prime partite di solfato di litio dal nuovo impianto da 400 milioni di dollari costruito a Goromonzi, vicino ad Harare. La struttura ha una capacità annuale di 50.000 tonnellate e dovrebbe raggiungere la piena produzione il prossimo anno. Nella stessa nazione, anche Sinomine Resource Group (nella miniera di Bikita) e Chengxin Lithium Group (a Sabi Star) hanno realizzato strutture per la lavorazione locale. 

Harare punta però ancora più in alto: il ministro delle Miniere Polite Kambamura ha indicato come obiettivo finale la produzione in loco di batterie al litio e pannelli solari, mentre il governo prepara un divieto totale all’esportazione di alcuni prodotti non trasformati.

Una strategia simile è in corso in Guinea, tra i maggiori produttori mondiali di bauxite, dove il governo ha iniziato a far rispettare con maggiore rigidità gli obblighi di raffinazione previsti dagli accordi minerari. Qui sono in costruzione nuovi impianti per la produzione di allumina, compresi progetti della cinese Chalco e della State Power Investment Corporation. 

“Importiamo alluminio mentre produciamo la materia prima. Non è normale”, ha osservato il ministro delle Miniere guineano Bouna Sylla. Con la raffinazione locale, Conakry punta a trattenere una quota maggiore del valore industriale e a recuperare sottoprodotti come il gallio, perduti con l’esportazione grezza. Il nodo decisivo resta però quello dell’energia, dato che la produzione di alluminio richiede enormi quantità di elettricità a basso costo. 

In Mozambico, Jinan Yuxiao Group ha investito 200 milioni di dollari attraverso la controllata DH Mining Development per costruire a Nipepe un impianto per la lavorazione della grafite con una capacità annuale di 200mila tonnellate.

Anche la Namibia, grande produttrice di uranio, sta cercando investimenti cinesi per ampliare la lavorazione locale del minerale, partendo da infrastrutture come la miniera di Husab gestita da China General Nuclear Power Group. 

Per le società cinesi la scelta di rilocalizzare le attività industriali in Africa non è necessariamente penalizzante. Aly-Khan Satchu, analista geoeconomico dell’Africa subsahariana, la considera quasi inevitabile in una fase di crescente confronto economico tra Cina e Stati Uniti, consentendo alle imprese di Pechino di consolidare una presenza pluridecennale. 

Esiste inoltre una seconda logica: gli stabilimenti in Africa potrebbero fungere da hub neutrali rispetto alle barriere commerciali occidentali. Tuttavia, come osservato da Linda Calabrese, senior research fellow di Odi Global, una think tank con base a Londra, questo spazio si sta restringendo, man mano che Stati Uniti ed Europa irrigidiscono le regole sull’origine dei prodotti e aumentano i controlli sugli impianti con una forte partecipazione cinese. 

La scommessa più importante per Pechino potrebbe quindi diventare il mercato africano stesso. Con l’espansione dell’Area continentale africana di libero scambio, stabilire basi produttive destinate ai consumatori locali e agli altri mercati emergenti rappresenterebbe una strategia meno vulnerabile alle decisioni commerciali occidentali. 

La nuova geografia industriale si sovrappone a una rete logistica costruita dalla Cina negli ultimi quindici anni.

Secondo uno studio dell’Africa Center for Strategic Studies, le società cinesi gestiscono, finanziano o possiedono partecipazioni in circa un terzo dei porti africani, oltre a finanziare ferrovie e strade collegate agli scali, creando corridoi che collegano i poli produttivi africani con grandi hub cinesi come Qingdao e Yantai. Dall’avvio della Belt and Road Initiative nel 2013, Pechino avrebbe investito circa 50 miliardi di dollari nelle infrastrutture portuali africane, mentre il commercio bilaterale è cresciuto di quasi il 18% nel 2025, secondo i dati doganali cinesi. 

“La sicurezza delle rotte commerciali marittime africane è essenziale per la strategia geopolitica globale della Cina”, ha spiegato Paul Nantulya, esperto dell’Africa Center for Strategic Studies. Il continente resta fondamentale per l’accesso cinese a petrolio, gas, minerali e prodotti agricoli, situandosi lungo rotte strategiche dal Golfo di Aden al Golfo di Guinea fino al Capo di Buona Speranza. 

Il controllo cinese si estende ora oltre le infrastrutture fisiche: Huawei e altre società forniscono ai porti sistemi integrati che includono reti 5G, cancelli automatizzati, sensori, guida autonoma, cybersicurezza, software logistici e intelligenza artificiale. Inoltre, più di 30 Paesi africani impiegano il sistema satellitare cinese BeiDou per la navigazione marittima, in alcuni casi accanto o in alternativa al Gps  statunitense.

Queste tecnologie creano una dipendenza duratura, raccogliendo enormi quantità di dati sul commercio e favorendo l’adozione di standard tecnici cinesi che avvantaggiano le imprese di Pechino negli appalti futuri. 

Il caso più emblematico resta Gibuti: China Merchants Group possiede il 23,5% del porto multifunzionale di Doraleh, sullo strategico Bab el-Mandeb, vicino alla zona di libero scambio internazionale e alla base di supporto dell’Esercito popolare di liberazione. La Cina ha inoltre finanziato la ferrovia Gibuti-Addis Abeba, mentre la Marina cinese mantiene dal 2008 una task force antipirateria nel Golfo di Aden.

Per David Shinn, professore alla George Washington University, molti di questi investimenti hanno una logica essenzialmente commerciale ma “offrono vantaggi strategici per la navigazione commerciale cinese e l’accesso della Marina dell’Esercito popolare di liberazione”. 

La sfida per i governi africani consiste nel trasformare questa presenza in uno strumento di industrializzazione anziché in una nuova forma di dipendenza. Lopes avverte che i divieti all’esportazione delle materie prime non lavorate possono migliorare la qualità degli investimenti solo se i governi dispongono di istituzioni solide e di una strategia negoziale coerente; in caso contrario, le restrizioni rischiano di alimentare contrabbando, instabilità normativa e rendite per le élite. 

Lo stesso principio si applica alle infrastrutture fisiche e digitali: i pacchetti offerti da Pechino risultano difficili da eguagliare per i concorrenti occidentali perché integrano finanziamenti, costruzioni, tecnologia e formazione, ma comportano rischi di indebitamento, scarsa trasparenza e un’influenza crescente delle aziende di gestione. 

La partita tra Cina e Africa si sta dunque spostando dalla mera estrazione delle risorse al controllo e alla distribuzione del valore generato. Se per Pechino si tratta di consolidare una rete integrata tra miniere, industrie, trasporti e dati, per i Paesi africani rappresenta l’occasione per compiere il passaggio da esportatori di materie prime a produttori industriali, a condizione di saper dettare le regole di questa profonda trasformazione.