MELBOURNE - C’è un’Italia che, lontanissimo da casa, continua a battere forte. È quella delle comunità italiane all’estero, delle maglie storiche, dei ricordi e soprattutto del calcio.
Christian Panucci lo ha toccato con mano a Perth, dove per una settimana ha indossato nuovamente l’uniforme del Milan insieme ad altre leggende del pallone, partecipando a eventi, incontri e iniziative con appassionati e giovani promesse del gioco.
Un viaggio che gli ha lasciato addosso entusiasmo e qualche riflessione amara sul Paese che ha lasciato pochi giorni fa per tornare a Dubai, dove vive.
“Quando vai all’estero e incontri le comunità italiane - ha raccontato Panucci nel corso di un’intervista esclusiva - respiri quell’orgoglio di essere italiano. Senti un amore verso l’Italia e verso il calcio che, in questo momento, nel nostro Paese non si vive più allo stesso modo”.
A Perth ha incontrato tantissimi bambini, ha visitato Academy e preso parte a numerose attività. E l’accoglienza Down under, assicura, è stata davvero calorosa, appassionata, sorprendentemente educata. “Ho trovato grande educazione, soprattutto nei bambini. Ti fanno respirare la grande Italia”. Ma dietro il sorriso per l’esperienza australiana c’è la preoccupazione per un movimento che, secondo Panucci, sta lentamente consumando il proprio credito. Primo italiano a vestire la maglia del Real Madrid, l’ex difensore non usa giri di parole: “Il calcio italiano è in agonia. E la cosa incredibile è che sappiamo qual è la medicina, ma non vogliamo usarla”.
Il problema, spiega, parte dal basso. Dai settori giovanili, dalle scuole di preparazione, dalla formazione tecnica. “Da noi il settore giovanile è diventato un business. In Australia sono andato nelle Academy e ho visto una cosa semplice: fanno giocare i bambini a calcio”.
La Spagna, secondo Panucci, indica la strada: meno ossessione per l’apparenza, meno giocatori statuari, più tecnica e qualità. “Noi andiamo a cercare quello da un metro e novanta, bello, strutturato. La Spagna si presenta con giocatori bassi e intanto non fa vedere la palla a nessuno”.
E poi c’è la Nazionale, il prodotto finale di una filiera che oggi fatica a produrre talenti. Panucci lo sa bene. Nel 2002 era in campo nel Mondiale più controverso della storia azzurra recente. “Avevamo una delle squadre più forti che l’Italia abbia mai avuto”. Poi arrivò la Corea del Sud, Byron Moreno e un’eliminazione agli ottavi che ancora brucia. “Ci fecero di tutto. Fu una grande sfortuna”. Un ricordo rimasto indelebile, così come quello dell’espulsione di Francesco Totti. Per tornare competitivi, però, non esistono scorciatoie. “Paolo Maldini diceva che sarebbero serviti otto-dieci anni. È un lavoro lungo”.
Il rischio, avverte Panucci, è continuare a vivere di rendita: “C’è troppo poco calcio e davvero tanto business”. E il campionato? Qui torna il sorriso. L’equilibrio promette scintille. “L’Inter per me è ancora la favorita, ma negli ultimi anni non ha mai vinto la stessa squadra”. Occhi puntati anche sul Como, sulla Roma di Gasperini, sulla Juventus e sul Napoli affidato ad Allegri. “C’è tantissima curiosità. E forse è proprio questo equilibrio a rendere il campionato così interessante”.
Dal tramonto di un’epoca alla voglia di ripartire, Panucci non ha dubbi: il talento, in casa nostra, non è scomparso. Va ritrovata, però, la strada per farlo crescere e tornare a competere. Adesso, più che mai, serve il coraggio di cambiare rotta.