BUENOS AIRES – È La vita va così (La vida es así) a inaugurare oggi, 3 settembre, alle 19, al cinema Cinepolis di Buenos Aires, la 12esima edizione della Semana del cine italiano. Il regista, Riccardo Milani, sarà presente in sala. 

Una commedia con risvolti ambientalisti ambientata nel sud della Sardegna, tra Pula e Capo Teulada, nel Sulcis. Lontano dai lussi della Costa Smeralda. Una terra ancora selvaggia, non edificata, ma anche afflitta dal problema della mancanza di lavoro.

Il film è diretto da Riccardo Milani, marito di Paola Cortellesi (ospite del festival due anni fa con C’è ancora domani), e interpretato da Virginia Raffaele, Diego Abatantuono, Aldo Baglio e Geppi Cucciari, con la partecipazione di attori locali, anche non professionisti.

La storia è ispirata a una vicenda realmente accaduta.

Il vecchio pastore Efisio Mulas rifiuta di vendere la sua terra a un gruppo immobiliare di Milano (il cui presidente è Abatantuono, nei panni di Giacomo Greatti), impedendo la costruzione di un resort “completamente ecosostenibile”. Una parola-alibi che consente qualsiasi scempio sul territorio, in cambio di un paio di pannelli solari e della piantumazione di qualche alberello.

Del resto, gli uffici della società si affacciano sul quartiere milanese dell’Isola, il più gentrificato di Milano, oggetto di una controversa campagna di edificazione che ha portato alla creazione dei cosidetti “giardini verticali” (condomini con giardini pensili) in un’area prima adibita a verde pubblico.

L’anziano Efisio – personaggio ispirato al pastore Ovidio Marras, protagonista della vicenda a cui il film si è ispirato, non è animato da prese di posizione ideologiche e nemmeno da una particolare coscienza ambientalista, ma solo dal desiderio legittimo, profondo e umanissimo, di continuare a vivere nel suo furriasdroxiu, una casa-ovile tipica della zona.

A interpretarlo è Giuseppe Ignazio Loi. “È un pastore vero, come lo era Marras – sottolinea il regista –. Ha 86 anni e fa quel lavoro da quando era ragazzino. Quindi interpretava se stesso, peraltro completamente a suo agio davanti alla telecamera”.

La moglie si è trasferita in paese, il figlio fa il cameriere a Londra, dove si è sposato e ha avuto due bambini. Solo la figlia Francesca (Virginia Raffaele) capisce l’amore del padre per quel luogo, scomodo certo, ma che lui chiama “casa”, anzi domus mea (e da qui si capisce la vicinanza della lingua sarda con il latino).

La locandina del film. 

La vicenda inizia alla fine del 1999, con il mondo che si prepara a festeggiare l’inizio del nuovo millennio.

Il gruppo immobiliare di Abatantuono ha acquisito tutti i terreni dai pastori locali, l’unico che manca all’appello è proprio Efisio. I “milanesi” sono convinti che anche lui venderà, ma il vecchio risponde con un ostinato rifiuto. La cifra offerta dall’impresa aumenta, mentre tutto il paese fa pressione su Efisio e la sua famiglia perché accetti la transazione.

Dopo 10 anni, esasperato, Greatti ordina di avviare i lavori edificazione attorno al furriasdroxiu, sperando che il rumore e la polvere convincano Efisio ad andarsene. Le ruspe devastano il paesaggio, distruggono gli olivastri, i mirti e i corbezzoli della macchia mediterranea, la terra si copre di cemento. Viene persino chiusa la servitù di passaggio che il pastore usa per portare al pascolo le mucche. Ed è allora che Efisio e Francesca decidono di fare causa all’impresa…

Milani, come ha gia fatto con film quali Come un gatto in tangenziale e Un mondo a parte, torna a raccontare i territori. Quelli trascurati, periferici, spopolati, costretti – come in questo caso – al dilemma della scelta tra lavoro e tutela dell’ambiente.

“È necessario cercare di equilibrare le due necessità – osserva Milani –. Il lavoro è importante, ma anche la protezione del territorio. Nel film abbiamo fatto diventare quella terra esattamente com’era prima che iniziassero i lavori di costruzione e poi l’abbiamo riportata alla situazione attuale”.

La struttura “incriminata” è ancora lì, malgrado ci sia stata una sentenza che dà ragione a Ovidio, che nel frattempo è morto. “E questo è indicativo, significa che l’impresa costruttrice ha l’idea strisciante che prima o poi riuscirà a riprendere i lavori”, aggiunge Milani.

A questo proposito, è emblematico il personaggio della figlia di Abatantuono-Greatti, che conosciamo adolescente all’inizio del film e che nel frattempo si laurea in una vaga disciplina inerente allo sviluppo sostenibile. E diventa più spietata del padre, come se ci fosse un’ineluttabilità per chi fa quel tipo di impresa.

“È un mestiere che va fatto con un’attenzione etica maggiore – dice il regista –. Perché il lavoro è necessario, in particolare in quelle zone della Sardegna”.

Si tratta insomma di un territorio che ha bisogno di protezione: sociale e ambientale. Oltre alla cementificazione, incombe la base militare di Capo Teulada, che occupa 7400 ettari ed è adibita a esercitazioni congiunte Usa–Nato. “Ce ne accorgevamo, durante le riprese, quando ci passava sulla testa un aereo”, commenta.  

C’è un destino segnato, sembrerebbe, nel Sulcis, con i giovani che emigrano perché sono stanchi di “lavorare solo quattro mesi all’anno”, come dice uno dei personaggi.

“È mancata la pianificazione – afferma Milani –. Ma è vero anche che a volte le persone non sono protagoniste della propria vita, accettano passivamente, forse va cambiato l’atteggiamento”.

Il pensiero va ai sardi emigrati all’estero, a Londra, ma anche in Argentina. “So che qui ne sono arrivati tanti”, dichiara, menzionando la “disperazione del lavoro” che spinge, oggi come ieri, i giovani lontano dalla loro terra.   

“Questo film rappresenta un tentativo, da parte mia, di trovare una emozione, rimettere assieme gli esseri umani, che infatti nella scena finale si riuniscono nella piazza del paese – conclude Milani –. Ho provato a ricompattarli, a ricombinare i pezzi di quella storia e non solo di quella”.

Il film sarà proiettato di nuovo il 4 settembre (alle 21:30) e il 5 settembre (alle 17:45).