KINSHASA - L’epidemia di Ebola che sta colpendo le regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo e la vicina Uganda non è una questione meramente sanitaria. È il punto di arrivo di una lunga catena di crisi economiche, sociali e politiche che da anni flagellano l’Africa centrale.
Secondo gli ultimi dati forniti dal Direttore Generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, le attività di sorveglianza epidemiologica hanno permesso di identificare oltre 900 casi sospetti, di cui 101 già confermati in laboratorio. Un bilancio drammatico che, secondo i dati del Ministero della Salute congolese, conta già più di 200 vittime e che ha spinto l’Oms ad attivare un’allerta sanitaria internazionale.
A rendere la situazione ancora più critica è la natura stessa del virus. Questo focolaio è infatti causato dal ceppo Bundibugyo, una variante isolata per la quale, a differenza del più noto ceppo Zaire responsabile della catastrofe in Africa Occidentale del 2014-2016, non esistono al momento vaccini specifici né trattamenti terapeutici validati. Con un tasso di letalità che può raggiungere il 50%, questo ceppo si inserisce nella tragica storia di un virus che negli ultimi cinquant’anni ha provocato oltre 15mila morti nel continente, con picchi di mortalità che in alcune ondate hanno toccato il 90%.
Il virus dell’Ebola non può essere compreso se non si guarda al contesto in cui nasce e si diffonde. Come spiega Vittorio Colizzi, professore di Patologia generale e Immunologia con una lunga esperienza nello studio delle malattie tropicali, l’estrema povertà, la fame e l’avvio del focolaio sono tasselli dello stesso mosaico. L’Ebola è una zoonosi: il virus ha il suo serbatoio naturale nei pipistrelli della foresta equatoriale e può essere trasmesso ad altri animali, in particolare alle scimmie. Quando la popolazione, spinta dall’assenza di alternative alimentari, si nutre della carne di questi animali spesso senza un’adeguata cottura, il virus compie il salto di specie e passa all’uomo.
Proprio l’estensione della foresta tropicale tra Congo e Uganda rende impossibile pensare di eradicare definitivamente la malattia, poiché non si può controllare la fauna selvatica in un territorio così vasto. Il vero obiettivo della comunità internazionale è quindi il contenimento, una sfida che tuttavia si scontra con la realtà dei conflitti armati. Le province dell’Ituri, del Nord Kivu e del Sud Kivu, epicentro del contagio, sono tra le aree più instabili dell’intero pianeta. Qui decine di milizie locali e movimenti ribelli combattono per il controllo delle immense ricchezze minerarie di coltan, oro e cobalto, provocando milioni di sfollati interni.
In una zona di guerra dove l’organizzazione dello Stato è minima, il monitoraggio epidemiologico diventa quasi impossibile. Ali Mahamat Moussa, direttore generale dell’Istituto nazionale di sanità pubblica del Ciad, evidenzia come i cambiamenti climatici e l’insicurezza alimentare costringano sempre più persone a penetrare nella foresta per sopravvivere, aumentando i contatti con gli animali portatori. Quando il territorio è attraversato dai combattimenti, le équipe mediche incontrano ostacoli logistici insormontabili e la sorveglianza rapida nelle zone rurali controllate dai gruppi armati viene bloccata.
Il problema non è legato alla preparazione del personale sanitario africano, spesso altamente qualificato nella gestione delle patologie tropicali, bensì alla debolezza strutturale dei sistemi diagnostici. I primi sintomi dell’Ebola, come febbre, diarrea e spossatezza, sono facilmente confondibili con quelli della malaria o della febbre tifoide, rendendo essenziale una rete di laboratori efficienti che oggi manca. Sebbene grandi organizzazioni come l’Oms, l’Africa Cdc e Medici Senza Frontiere abbiano accumulato una solida esperienza sul campo, l’efficacia degli interventi dipende dalla capacità politica dei singoli Stati di costruire strutture permanenti di sorveglianza.
Oggi la minaccia è amplificata dalla mobilità forzata di milioni di profughi che si spostano continuamente per sfuggire alle violenze delle milizie. Questo movimento di massa facilita la diffusione del virus oltre i confini nazionali, come confermano i contagi registrati in Uganda. Contenere l’epidemia richiede quindi una risposta complessa che non si limita all’invio di medici, ma che necessita di laboratori diagnostici decentrati, dispositivi di protezione, mezzi di trasporto sicuri e, soprattutto, di una stabilità politica che permetta alla rete sanitaria di raggiungere le comunità più isolate della foresta equatoriale.