WASHINGTON - Le ultime dichiarazioni di Donald Trump sul dossier iraniano sono state accolte con scetticismo e profonda perplessità, accendendo un duro dibattito a Washington. Mentre si moltiplicano i dubbi su un possibile accordo di pace giudicato fragile e politicamente rischioso, un’analisi della Cnn firmata da Stephen Collinson evidenzia come persino i falchi conservatori siano convinti che il tycoon sia sul punto di cedere a una pessima intesa. 

Si delinea così il perfetto “dilemma di Trump”: da un lato, proseguire le operazioni militari iniziate lo scorso 28 febbraio insieme a Israele potrebbe avere gravi conseguenze politiche ed economiche; dall’altro, porvi fine alle condizioni attuali rischia di rivelarsi altrettanto problematico e impopolare. Con i prezzi del gas in aumento, il gradimento in calo e le elezioni di midterm alle porte, Trump si trova in una posizione in cui, politicamente, rischia di non poter vincere.  

I sondaggi mostrano che la maggior parte degli statunitensi oppone alla guerra, ma la storia insegna che i presidenti sono spesso tentati di cercare vie d’uscita repentine che finiscono per trasformarsi in un pantano. 

I dettagli emersi sul Memorandum d’intesa descrivono una cornice negoziale che va ben oltre la capacità di Trump di trasformare l’accordo in un trionfo personale. La linea proposta è assai lontana dalla “resa incondizionata” che il tycoon chiedeva a Teheran a inizio marzo.  

I punti cardine dell’accordo quadro prevedono un meccanismo di concessioni reciproche, a partire dallo sminamento e dalla riapertura dello Stretto di Hormuz per sbloccare il 20% del commercio mondiale di petrolio. A questo si lega un allentamento del blocco navale statunitense, che avverrà solo in modo proporzionale alla riapertura dello Stretto.  

Per quanto riguarda il principio finanziario, un funzionario Usa ha sintetizzato la strategia della Casa Bianca con la formula “Niente polvere nucleare? Niente dollari”, a indicare che se l’Iran non rispetta gli accordi non riceverà lo sblocco dei beni congelati. Infine, l’intesa concede alle parti sessanta giorni di tempo per negoziare i punti finali sullo smaltimento delle scorte di uranio arricchito al 60%. 

Se da un lato l’amministrazione punta ad acquisire il possesso dell’uranio iraniano (definito da Trump “polvere nucleare”) per garantire che Teheran non ottenga l’atomica, dall’altro l’analisi della Cnn sottolinea che un periodo di 60 giorni appare drammaticamente contenuto per risolvere i nodi dell’arricchimento. Inoltre, validare la leva negoziale acquisita dall’Iran durante il conflitto rischia di privare gli Stati Uniti di carte geopolitiche fondamentali, specialmente davanti a un sistema di governo di Teheran reso ancor più opaco dalla recente morte dei suoi leader storici. 

A fronte delle indiscrezioni, i messaggi giunti dall’amministrazione restano parzialmente contrastanti. Il Segretario di Stato Marco Rubio, parlando da Nuova Delhi, aveva inizialmente ipotizzato una svolta imminente: “Pensavamo di avere buone notizie ieri sera, può essere che arriveranno oggi, ma non mi sbilancerei oltre. Abbiamo sul tavolo un accordo abbastanza solido”. Rubio ha poi precisato che, in caso di fumata nera, gli Stati Uniti esploreranno le “alternative”, dando però alla diplomazia ogni possibilità di successo. 

Poco dopo, lo stesso Trump ha voluto smorzare le aspettative, confermando su Truth di aver ordinato ai suoi emissari di non accelerare i tempi poiché “il tempo è dalla nostra parte”. Il presidente ha poi blindato la sua narrativa: “L’accordo con l’Iran sarà o un grande accordo significativo, oppure non ci sarà alcun accordo. Sarà l’esatto opposto del disastroso JCPOA negoziato dalla fallimentare amministrazione Obama, che ha aperto la strada all’arma nucleare per l’Iran. No, io non faccio accordi del genere!”. 

La prudenza di Trump sembra voler placare le crescenti critiche interne al suo stesso partito. Molti repubblicani temono una ritirata strategica. Il senatore Thom Tillis ha contestato duramente la linea della Casa Bianca: “Circa undici settimane fa il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il Pentagono ci dicevano di aver annientato le difese dell’Iran. Ora potremmo accettare che il materiale nucleare rimanga lì? Che senso ha?”.  

Sulla stessa linea si sono schierati Roger Wicker, capo della Commissione Forze Armate del Senato, e l’alleato storico Lindsey Graham, il quale ha avvertito che lasciare all’Iran il controllo strategico di Hormuz modificherebbe fatalmente gli equilibri di potere nella regione. 

Sul fronte opposto, i democratici attaccano il presidente fin dall’inizio delle operazioni militari congiunte con Israele. Il senatore Cory Booker ha espresso forte indignazione per l’evoluzione dei colloqui: “Il presidente ha affermato di aver intrapreso questa azione per affrontare la questione del programma nucleare, ma questo accordo transitorio non risolve affatto il problema”. 

A difendere le scelte della Casa Bianca restano gli ottimisti del settore economico, come Kevin Hassett, a capo del Consiglio economico nazionale, e il deputato Byron Donalds, secondo cui l’accordo garantirà un “flusso massiccio” di greggio capace di far crollare i prezzi del petrolio, anche se gli esperti di mercato avvertono che per una stabilizzazione reale della crisi energetica ci vorrà molto tempo.