ROMA - Terminato l’esame degli emendamenti, il Senato si appresta a dare il via libera alla riforma della legge elettorale. Il voto è atteso oggi, martedì.

Ma resta alta la tensione sulla norma che ha aumentato il numero di firme da raccogliere per i partiti che non siedono in Parlamento. Una norma contro cui si scagliano le opposizioni, giudicata incostituzionale, e c’è chi come Giuseppe Conte invoca l’intervento del presidente della Repubblica.

Intanto, la maggioranza vota compatta le ultime modifiche al testo, anche se non mancano malumori sulla riduzione delle circoscrizioni Estero (dalle attuali otto totali scendono a tre, due per la Camera e una sola per il Senato, modifica introdotta durante l’esame a Montecitorio). 

Il senatore del Partito Democratico, Francesco Giacobbe, eletto nella Circoscrizione Estero (Africa, Asia, Oceania e Antartide) è intervenuto in Aula per illustrare gli emendamenti del PD all’articolo 6 della nuova legge elettorale, che modifica profondamente l’assetto della Circoscrizione Estero.

Il primo emendamento propone la soppressione dell’articolo 6, che ridurrebbe alla Camera le attuali quattro ripartizioni a due e introdurrebbe al Senato un unico collegio mondiale. “Gli italiani all’estero non sono un blocco indistinto. Il Sud America non è il Nord America, l’Africa non è l’Asia e l’Asia non è l’Oceania. Parliamo di comunità con storie migratorie, livelli di integrazione, esigenze consolari e rapporti con l’Italia profondamente differenti”, ha dichiarato Giacobbe.

Secondo il senatore, la nuova configurazione determinerebbe la concreta scomparsa della rappresentanza parlamentare del cosiddetto “resto del mondo”, compresi il Nord America, l’Africa, l’Asia e l’Oceania, lasciando di fatto spazio soltanto alle comunità numericamente più forti dell’Europa e del Sud America.

“Il risultato è chiaro: intere aree del mondo rischiano di non eleggere più alcun rappresentante. Gli italiani all’estero finirebbero per essere rappresentati quasi esclusivamente dagli eletti europei e sudamericani, mentre comunità importanti e storiche, a partire da quella del Nord America, perderebbero la propria voce in Parlamento”», ha sottolineato Giacobbe.

Particolarmente critica, secondo il parlamentare del PD, è la previsione di un unico collegio mondiale per il Senato. “Si vorrebbe creare una sorta di ‘senatore del mondo’, chiamato a rappresentare cittadini distribuiti in tutti i continenti. Ma nessun senatore potrà conoscere realmente, raggiungere e mantenere rapporti costanti con le comunità italiane dell’intero globo, caratterizzate da problemi, distanze ed esigenze profondamente differenti”.

“Accorpare artificialmente realtà così diverse significa indebolire il rapporto tra rappresentante e territorio. Un collegio esteso praticamente al mondo intero favorirebbe inoltre chi dispone di maggiori risorse economiche e mediatiche, penalizzando chi ha costruito nel tempo un rapporto reale con le comunità locali”.

Il secondo emendamento propone, qualora la maggioranza decidesse di mantenere l’articolo 6, di rinviarne l’applicazione alla seconda legislatura successiva, senza posticipare l’entrata in vigore dell’intera legge.

“Non possiamo cancellare dall’oggi al domani una rappresentanza territoriale costruita in decenni e pensare che le comunità possano adattarsi immediatamente. Dietro quelle circoscrizioni ci sono cittadini, associazioni, Comites, istituzioni e territori che hanno costruito nel tempo un rapporto con i propri rappresentanti. C’è il CGIE che non è stato consultato eppure per legge avrebbe dovuto”, ha aggiunto Giacobbe.

“Se la maggioranza ritiene davvero migliore questo nuovo assetto, non dovrebbe avere difficoltà ad applicarlo quando nessuno può sapere chi sarà al governo e chi all’opposizione. Chiediamo almeno di dare alle comunità italiane nel mondo il tempo necessario per comprendere il nuovo sistema, organizzarsi e affrontare un cambiamento che rischia di privare alcune di esse della propria voce politica”.

“La rappresentanza democratica non può essere soltanto una questione aritmetica - ha concluso Giacobbe -. Proporzionalità e rappresentanza territoriale devono restare in equilibrio. Per questo chiediamo la soppressione dell’articolo 6 o, almeno, il rinvio della sua applicazione”.

Inutilmente il senatore di FdI, Roberto Menia, a titolo personale, ha provato a convincere i colleghi di maggioranza e soprattutto il governo a rivedere la norma, presentando tre emendamenti di cui uno che mirava a riaumentarne il numero. Ma l’esecutivo ha fatto muro: “La specificità del voto Estero dovrebbe rimanere, ma non sono un Pierino e anche se non capisco annuntio vobis cum mestizia2 il ritiro degli emendamenti, ha detto in Aula. Emendamenti messi comunque al voto perché poi sottoscritti da Iv e Pd, ma ugualmente bocciati, anche se quello sul numero delle circoscrizioni, trasformate in collegi sulla falsariga della legge per le provinciali, ha incassato ben 55 astenuti (secondo i dem voti che provenivano dalle fila del centrodestra). Per il resto tutto procede senza sorprese né particolare pathos: come preannunciato i caregiver familiari vengono ricompresi tra gli elettori che potranno votare fuori sede e vengono ridisegnati i collegi di Bolzano.

Nuovo round in Aula, invece, sulla controversa questione delle firme: se era già stato approvato nei giorni scorsi l’emendamento di FdI che elimina la cosiddetta norma ‘anti-cespugli’ ma che al tempo stesso ha elevato appunto da 1.500 a 6.000 le firme da raccogliere per collegio per tutti i partiti che non sono ora presenti in Parlamento (è il caso ad esempio di Progetto civico di Alessandro Onorato, ma anche di tutte le altre ‘costellazioni’ di centro che stanno lavorando intorno alla coalizione di centrosinistra), è di oggi l’approvazione di altre due norme relative alle firme. Con l’ok all’articolo 5 è stata approvata una norma transitoria che esonera dalla raccolta firme i partiti presenti in Parlamento al 31 dicembre 2025 con un proprio gruppo in almeno uno dei due rami e un’altra norma sul voto Estero che esonera dalla raccolta firme chi ha attualmente almeno un eletto in Parlamento. Insomma, il tema firme continua a tenere banco in Aula e fuori dal palazzo: mentre scorrevano i voti sugli emendamenti, in piazza sono infatti scesi i militanti di Progetto civico guidato da Onorato (che parla di “lodo salva casta”), sul quale grava il ‘peso’ delle firme da raccogliere. A suo sostegno sono arrivati i leader di M5s e Avs, ma anche il Pd (tutti pronti a dare una mano per raccogliere le sottoscrizioni).

Per ora il governo non fa marcia indietro: “Un cambio alla Camera non è previsto, non è nell’aria”, afferma infatti la ministra delle Riforme, Elisabetta Casellati. E poi significherebbe un quarto passaggio al Senato, mentre governo e maggioranza hanno fretta di chiudere la partita: il voto finale a Montecitorio (con tanto di incognita sullo scrutinio segreto e sulla non più scontata apposizione della fiducia) è atteso non più tardi di metà ottobre. E se il centrodestra si prepara a serrare le fila per evitare incidenti, le opposizioni guardano già, battaglia in Aula a parte, all’indomani dell’entrata in vigore della legge: un giorno dopo scatteranno i ricorsi “che pioveranno” in diversi tribunali, assicura il capogruppo dem Boccia, affinché venga sollevata la questione dell’incostituzionalità davanti alla Consulta. A quel punto le previsioni (o meglio, gli auspici) sono che un pronunciamento arrivi prima dello scioglimento delle Camere, quindi del voto, anche per evitare, in caso di bocciatura della riforma, un Parlamento “delegittimato”, viene sottolineato.