L’inflazione rallenta. È una buona notizia. Ma non è ancora la buona notizia che l’Australia stava aspettando. I dati diffusi ieri dall’Australian Bureau of Statistics mostrano un’inflazione annua al 3,8 per cento, inferiore alle attese e in calo rispetto al mese precedente. Anche l’inflazione “core”, quella depurata dagli elementi più volatili e osservata con particolare attenzione dalla Reserve Bank, rimane stabile al 3,6 per cento. Sono numeri che garantiscono un moderato sollievo ai mercati, alle famiglie e al governo Albanese, che da mesi fa della lotta al caro vita la propria priorità politica. Ma guai a leggere questi dati come la fine della battaglia contro l’inflazione.

Ventiquattr’ore prima della pubblicazione dei dati dell’ufficio di Statistica, la governatrice della Reserve Bank, Michele Bullock, aveva pronunciato uno dei discorsi più attesi dell’anno, uno di quegli appuntamenti dove provare a saperne di più sulla visione dell’economia della banca centrale. Non tanto perché la governatrice Bullock abbia lasciato intendere quale sarà la prossima decisione sui tassi, quanto perché ha riportato il dibattito sul vero problema dell’economia australiana: la produttività.
È una tematica che su queste colonne è molto ricorrente ma che sembra non scaldare troppo i cuori né della politica né dei cittadini. Non genera l’attenzione riservata all’inflazione, ai mutui o ai prezzi delle case. Eppure, è il concetto economico che, più di ogni altro, determinerà il livello di benessere di tutti noi nel prossimo decennio.


Bullock lo ha detto con estrema chiarezza. La politica monetaria, unica vera ‘arma’ nelle mani della Reserve Bank, può rallentare la domanda. Può contribuire a riportare l’inflazione sotto controllo. Può persino raffreddare il mercato del lavoro se necessario. Ma non può aumentare la produttività. E senza un aumento della produttività, la capacità dell’economia di crescere senza generare nuova inflazione rimane limitata. In altre parole, il limite di velocità dell’economia australiana resta ancora troppo basso. È un messaggio che dovrebbe essere ascoltato ben oltre Martin Place.


Per oltre un decennio l’Australia ha beneficiato di fattori favorevoli che hanno mascherato questo problema strutturale: il boom delle materie prime, la crescita della popolazione, l’immigrazione, la solidità del sistema finanziario. Oggi quello scenario è cambiato. Il mondo è diventato più instabile, gli shock geopolitici sono sempre più frequenti, le catene di approvvigionamento più vulnerabili e il costo dell’energia più imprevedibile. Tutti elementi che la stessa Bullock ha richiamato nel suo intervento. 
In questo nuovo contesto, produrre di più con le stesse risorse non è più un mero tema su cui confrontarsi nei convegni o nelle aule universitarie. Si tratta di una priorità nazionale.


Il tesoriere Jim Chalmers sembra averlo compreso, nel mese di agosto di un anno fa ha convocato un tavolo, inizialmente denominato proprio ‘Tavola rotonda sulla produttività’ e poi ribattezzato con un più generico e ampio ‘Tavola rotonda sulla riforma economica’, che non ha generato nessun effetto dirompente ma, almeno, ha rimesso la produttività al centro del dibattito politico ed economico. Da tempo Chalmers sostiene infatti che il rilancio della produttività rappresenta la sfida economica più importante della prossima generazione e individua nell’intelligenza artificiale uno degli strumenti principali per raggiungerlo. Secondo Chalmers, l’IA non è soltanto un nuovo, impattante, strumento tecnologico ma una leva capace di rendere l’economia più dinamica, aumentare la produzione per ora lavorata e, nel tempo, contribuire anche a ridurre le pressioni inflazionistiche. È una visione condivisa da gran parte delle economie avanzate. Ma qui è necessario porsi una domanda fondamentale. L’intelligenza artificiale sarà davvero la risposta alla crisi della produttività oppure stiamo semplicemente proiettando su una nuova tecnologia le speranze che, in passato, abbiamo riposto in molte altre innovazioni?


La domanda è diventata ancora più attuale dopo la lunga intervista concessa nei giorni scorsi da Elon Musk alla direttrice di The Economist, Zanny Minton Beddoes.
Come spesso accade con Musk, è sempre difficile distinguere dove finisca la provocazione e dove inizi la vera visione, e previsione, del futuro.


Secondo il miliardario fondatore di Tesla e SpaceX, entro cinque anni l’intelligenza artificiale potrebbe superare la capacità cognitiva complessiva dell’umanità. Entro dieci anni, sostiene, robot umanoidi e sistemi di IA potrebbero svolgere praticamente qualsiasi attività meglio degli esseri umani, inaugurando un’epoca di “abbondanza straordinaria”, nella quale il lavoro diventerebbe sostanzialmente facoltativo e perfino il denaro perderebbe gran parte della sua funzione economica. Allo stesso tempo, Musk riconosce che la fase di transizione sarà complessa, con profonde tensioni occupazionali, sociali e politiche. Sono affermazioni che possono apparire estreme. Probabilmente lo sono. Ma sarebbe altrettanto superficiale, ed erroneo, liquidarle come semplice fantascienza. Nel corso degli ultimi vent’anni Musk ha formulato previsioni considerate improbabili su auto elettriche, razzi riutilizzabili, satelliti e intelligenza artificiale. Molte di quelle idee, almeno in parte, si sono concretizzate. Non vuol dire che gli si debba, necessariamente, dare ragione anche questa volta. Ma un dato sembra certo, e non leggerlo è da miopi, la domanda che ci si pone, nel dibattito globale non è più se l’intelligenza artificiale cambierà il mondo del lavoro e le economie mondiali, ma con quale velocità e con quali conseguenze. Ed è qui che l’Australia rischia di arrivare impreparata.


Perché mentre Silicon Valley, Cina e i grandi gruppi tecnologici discutono di super-intelligenza, robotica e infrastrutture computazionali, il nostro Paese continua a confrontarsi con problemi molto più elementari: una crescita della produttività tra le più deboli degli ultimi decenni, investimenti insufficienti in innovazione, difficoltà nel trasferire rapidamente la ricerca alle imprese e un sistema regolatorio che spesso procede più lentamente della tecnologia stessa. L’intelligenza artificiale, da sola, non risolverà questi problemi. Nessun algoritmo aumenterà automaticamente la produttività di un’impresa se quest’ultima non investe nella formazione dei lavoratori. Nessun modello renderà più competitivo il sistema produttivo se mancano infrastrutture digitali, energia affidabile e capitale umano qualificato. La storia economica insegna che ogni rivoluzione tecnologica produce benefici soltanto quando viene accompagnata da cambiamenti organizzativi, culturali e istituzionali. È successo con l’elettricità, è successo con i personal computer, è successo con Internet. Accadrà, anzi sta accadendo, anche con l’intelligenza artificiale.


Per questo la vera sfida non consiste nello scegliere tra regolamentare o meno l’IA. Consiste nel creare le condizioni affinché la tecnologia aumenti realmente la produttività invece di amplificare soltanto le disuguaglianze o sostituire attività senza generarne di nuove. In fondo, è proprio questo un ideale filo rosso che unisce il discorso di Michele Bullock, le idee e le possibili strategie di Jim Chalmers e le visioni tanto futuristiche quanto attuali di Elon Musk. La Reserve Bank continuerà a fare ciò che deve fare: mantenere stabile il valore della moneta e riportare l’inflazione entro il proprio obiettivo. Ma la banca centrale non può costruire la crescita. Non può innovare le imprese. Non può formare lavoratori. Non può accelerare l’adozione dell’intelligenza artificiale. Non può aumentare la produttività.


Quella responsabilità appartiene alla politica, alle imprese, alle università e, in ultima analisi, all’intero Paese. L’inflazione, prima o poi, tornerà entro gli obiettivi. La produttività, invece, non migliora da sola. E se l’Australia non riuscirà a cogliere questa occasione storica, il rischio non sarà soltanto quello di convivere più a lungo con tassi d’interesse elevati. Sarà quello di perdere il prossimo grande ciclo di crescita economica proprio mentre il resto del mondo sta ridefinendo il significato stesso del lavoro, della ricchezza e della prosperità.