BRUXELLES - La Commissione Europea ha scelto la via della raccomandazione non vincolante per contrastare le cosiddette “pratiche di conversione” nei confronti delle persone LGBTIQ+. Nonostante un’iniziativa dei cittadini europei avesse raccolto oltre un milione di firme per richiedere un bando totale e obbligatorio, l’esecutivo di Bruxelles ha dovuto fare i conti con i limiti delle proprie competenze e la mancanza di unanimità tra gli Stati membri.
La Commissaria per la Parità, Hadja Lahbib, ha usato parole durissime per condannare questi interventi, spesso basati su psicoterapia forzata, trattamenti farmacologici o rituali pseudo-religiosi: “Le pratiche di conversione si fondano sulla menzogna che le persone LGBTIQ+ abbiano bisogno di essere ‘corrette’. Non c’è niente da curare, non si può torturare una persona per cancellarne l’identità”.
Secondo i dati citati dalla Commissaria, il problema è tutt’altro che marginale: una persona LGBTIQ+ su quattro (e quasi la metà delle persone transgender) dichiara di aver subito tentativi di soppressione o modifica del proprio orientamento o identità di genere.
Sebbene l’Onu equipari queste pratiche alla tortura e ne evidenzi l’alto rischio di suicidio per chi vi è sottoposto, la Commissione non ha il potere di legiferare direttamente in materia per tutti i 27 Stati membri. La raccomandazione invita quindi i governi nazionali a introdurre divieti interni agendo su tre fronti principali.
Il primo riguarda la prevenzione, attraverso campagne di sensibilizzazione volte a svelare l’infondatezza scientifica di tali cure. Il secondo fronte punta sulla giustizia, garantendo un migliore accesso legale per le vittime e una formazione specifica per le autorità giudiziarie. Infine, si prevede un rafforzamento del supporto medico e psicologico per tutti coloro che hanno subito abusi.
Attualmente, solo otto Paesi dell’Unione hanno già introdotto divieti nazionali: Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Malta, Spagna e Portogallo. “Questi Stati hanno dimostrato che è possibile agire”, ha incalzato Lahbib, annunciando che si impegnerà personalmente con i ministri degli altri Paesi per spingere verso un quadro normativo più uniforme.
La strategia della Commissione, che sarà presentata formalmente il prossimo anno, non si fermerà alla carta. È previsto l’avvio di un Forum politico LGBTIQ+ con la società civile, affiancato da uno studio specifico per mappare con dati certi la portata del fenomeno in tutta l’Ue. Contestualmente, verrà attivato un gruppo di esperti incaricato di monitorare l’attuazione delle leggi nazionali.
Nonostante il segnale politico sia “chiaro e inequivocabile”, resta l’amarezza delle associazioni per i diritti umani e dei promotori dell’iniziativa popolare: senza un regolamento vincolante, la protezione delle persone vulnerabili dipenderà ancora dalla volontà politica dei singoli governi nazionali.